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Morto a 66 anni Franco Baresi, campione fedele a una sola maglia (Milan): ha scritto la storia del calcio

(Adnkronos) – La fedeltà dimostrata ai colori rossoneri, il carisma esercitato dentro e fuori dal campo e l’eccellenza raggiunta con il proprio gioco hanno fatto di Franco Baresi una delle figure più autorevoli e rispettate nella storia del calcio italiano e internazionale. Morto oggi venerdì 31 luglio a 66 anni, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio e una delle bandiere più rappresentative del Milan. Per vent’anni, dal 1977 al 1997, ha vestito esclusivamente la maglia rossonera, della quale è stato capitano per quindici stagioni, diventandone il simbolo e il punto di riferimento di una delle epoche più vincenti del club. Con il Milan ha conquistato un palmarès straordinario: sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Uefa e quattro Supercoppe italiane. Sotto la guida di Arrigo Sacchi e Fabio Capello è stato il leader della difesa che, insieme a Mauro Tassotti, Paolo Maldini e Alessandro Costacurta, è entrata nella storia come una delle più forti mai viste, contribuendo a fare del Milan una delle squadre più dominanti del calcio moderno. 

Anche con la Nazionale ha ricoperto un ruolo di primo piano. Campione del mondo nel 1982, pur senza scendere in campo in quanto riserva del più esperto Gaetano Scirea, fu il capitano dell’Italia finalista al Mondiale del 1994 negli Stati Uniti. In tredici anni di carriera azzurra collezionò 81 presenze, partecipando a tre Campionati del mondo e a due Campionati d’Europa. 

Difensore di eccezionale intelligenza tattica, dotato di straordinario senso della posizione, capacità di lettura del gioco e qualità di leadership, Baresi ha rivoluzionato l’interpretazione del ruolo di libero, imponendosi come punto di riferimento per intere generazioni di calciatori. Le sue qualità gli hanno valso il riconoscimento tra i migliori giocatori del XX secolo, l’inserimento nella Fifa 100, la lista dei 125 più grandi calciatori viventi stilata da Pelé nel 2004, e l’ingresso nella Hall of Fame del calcio italiano. 

Nato a Travagliato, in provincia di Brescia, l’8 maggio 1960, Franco Baresi crebbe in una famiglia numerosa, nella quale il calcio rappresentava una passione condivisa. Gli anni dell’infanzia furono però segnati da un evento destinato a incidere profondamente sul suo carattere: la perdita di entrambi i genitori quando aveva appena quattordici anni. Una prova difficile che contribuì a renderlo precoce nella maturità e nel senso di responsabilità, qualità che avrebbero accompagnato tutta la sua carriera. 

Fin da bambino il pallone occupò un posto centrale nella sua vita. Come molti ragazzi della sua generazione trascorreva interi pomeriggi a giocare per strada insieme ai fratelli Angelo e Giuseppe, quest’ultimo destinato a diventare anch’egli un calciatore professionista. Fu proprio seguendo le orme del fratello maggiore che Franco sostenne il primo provino con l’Inter, società nella quale Giuseppe era già entrato a far parte del settore giovanile. L’esito, tuttavia, fu negativo: il giovane difensore venne giudicato troppo gracile per affrontare il calcio di alto livello. Quel rifiuto, destinato a diventare uno degli episodi più ricordati della sua giovinezza, cambiò il corso della sua carriera. Pochi mesi più tardi il Milan gli offrì una nuova opportunità. Dopo alcuni provini convincenti, grazie anche alla fiducia degli osservatori del settore giovanile rossonero, entrò a far parte delle squadre giovanili del club, iniziando un percorso che non avrebbe più interrotto. 

Sin dai primi anni emerse una qualità che lo distingueva dai coetanei. Più che per le caratteristiche fisiche, Baresi colpiva per la capacità di leggere le situazioni di gioco, di scegliere sempre il tempo giusto dell’intervento e di guidare i compagni con una personalità sorprendente per la sua età. In quegli anni gli fu attribuito il soprannome di “Piscinin”, il “piccolino” nel dialetto milanese, un riferimento alla statura minuta che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera, fino a essere sostituito, negli anni della piena maturità calcistica, da quello di “Kaiser Franz”, in omaggio al tedesco Franz Beckenbauer, altro interprete straordinario del ruolo di libero. 

L’esordio in prima squadra arrivò il 23 aprile 1978. A soli diciassette anni Nils Liedholm lo schierò nella trasferta di Verona, affidandogli una responsabilità non comune per un calciatore della sua età. Quella presenza rappresentò l’inizio di una storia destinata a durare vent’anni. Già nella stagione successiva il tecnico svedese gli assegnò stabilmente un posto nell’undici titolare, intuendone le qualità tecniche e la maturità tattica. 

Il campionato 1978-79 segnò la sua definitiva affermazione. Ancora diciottenne, Baresi fu protagonista della squadra che conquistò il decimo scudetto della storia del Milan, quello della stella. In pochi mesi il giovane difensore si guadagnò la fiducia dei compagni più esperti e della dirigenza, tanto che Gianni Rivera, capitano e simbolo del club negli anni precedenti, ne intuì immediatamente il valore, individuando in lui uno dei protagonisti del futuro rossonero. 

I primi anni Ottanta coincisero con uno dei periodi più complessi della storia del Milan. Nel 1980 la società fu retrocessa in Serie B in seguito allo scandalo del calcio scommesse e, appena due anni più tardi, conobbe una seconda retrocessione, questa volta maturata sul campo. In entrambe le circostanze Baresi scelse di rimanere. Nonostante le richieste di altri club e la possibilità di proseguire la carriera altrove, preferì condividere il destino della squadra che lo aveva formato, contribuendo in prima persona al ritorno in Serie A. Fu una decisione che contribuì a consolidare il legame con il mondo rossonero e che anticipò quello che sarebbe diventato uno dei tratti distintivi della sua carriera: una fedeltà assoluta al Milan, mantenuta anche quando avrebbe avuto l’opportunità di intraprendere percorsi diversi. Nel 1982, a soli ventidue anni, gli venne affidata la fascia di capitano, un’investitura destinata a segnare l’inizio di uno dei capitoli più importanti della storia del club. 

Quando Franco Baresi divenne capitano del Milan, la fascia rappresentava soprattutto una responsabilità. Il club attraversava ancora una fase di ricostruzione e lontana sembrava l’epoca dei grandi successi che aveva caratterizzato il passato rossonero. Baresi era diventato il volto della squadra in un periodo nel quale servivano prima di tutto appartenenza e pazienza. Negli anni successivi il difensore continuò a crescere fino a trasformarsi in uno dei migliori interpreti del ruolo. Il Milan non era ancora tornato stabilmente ai vertici del calcio italiano, ma attorno al suo capitano iniziava a costruirsi una nuova identità. Baresi rappresentava il punto fermo di una squadra che cercava una nuova dimensione. 

La svolta arrivò nel 1986 con l’arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza del club. La nuova proprietà aveva l’ambizione di riportare il Milan ai vertici nazionali e internazionali e avviò un progetto destinato a cambiare la storia del calcio. Accanto agli investimenti sul mercato, la scelta più importante fu quella dell’allenatore: Arrigo Sacchi. L’incontro tra Sacchi e Baresi non fu immediatamente semplice. Il tecnico romagnolo portava idee profondamente innovative: pressing organizzato, difesa alta, movimenti collettivi, partecipazione di tutti i giocatori alle due fasi di gioco. Era un calcio diverso rispetto alla tradizione italiana dell’epoca, spesso basata su una maggiore prudenza tattica e sull’individualità dei difensori. 

Per Baresi, abituato a interpretare il ruolo di libero secondo schemi più classici, si trattò di una trasformazione importante. Sacchi gli chiedeva non soltanto di difendere, ma di guidare un sistema nel quale ogni movimento doveva essere sincronizzato con quello dei compagni. Il capitano, però, aveva una qualità fondamentale: la capacità di adattarsi e migliorarsi continuamente. La sua intelligenza calcistica gli permise di comprendere rapidamente la nuova filosofia. Quello che inizialmente sembrava un cambiamento radicale divenne il contesto ideale per esaltare le sue caratteristiche. 

La stagione 1987-88 segnò il primo grande trionfo della nuova era. Il Milan conquistò lo scudetto al termine di un campionato combattuto, superando il Napoli campione in carica di Diego Armando Maradona. La vittoria non fu soltanto un successo sportivo: rappresentò la conferma che il progetto di Berlusconi e Sacchi aveva trovato la propria strada. Al centro di quella squadra c’era ancora una volta Baresi. Il capitano era il riferimento della difesa e il garante dell’equilibrio di un gruppo ricco di talento. Attorno a lui stavano nascendo alcuni dei protagonisti più importanti del calcio mondiale: Paolo Maldini, ancora giovane ma già destinato a una carriera straordinaria, Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e, poco dopo, gli olandesi Ruud Gullit, Marco van Basten e Frank Rijkaard. 

Il Milan di Sacchi non era soltanto una squadra vincente: era una squadra rivoluzionaria. La difesa non aspettava l’avversario, ma lo affrontava lontano dalla porta. La linea arretrata si muoveva come un unico organismo e Baresi ne era il regista. Il suo modo di giocare cambiò anche la percezione del difensore. Fino ad allora il centrale veniva spesso associato soprattutto alla forza fisica e alla capacità di neutralizzare gli attaccanti. Baresi aggiunse una nuova dimensione: il difensore poteva essere anche un pensatore, un costruttore, un leader tecnico. Nel 1989 arrivò il primo grande trionfo europeo. Il Milan conquistò la Coppa dei Campioni battendo in finale la Steaua Bucarest per 4-0 al Camp Nou. Quella notte rappresentò il ritorno del club ai vertici continentali e Baresi alzò al cielo il trofeo più prestigioso del calcio europeo. Pochi mesi dopo il capitano sfiorò anche un riconoscimento individuale di enorme prestigio. Nella classifica del Pallone d’Oro 1989 arrivò secondo, alle spalle del compagno di squadra Marco van Basten. Un risultato che raccontava il valore raggiunto da quel Milan: ai primi posti del premio più importante del calcio mondiale c’erano due giocatori della stessa squadra. Baresi non visse quel mancato successo personale come una delusione. La sua idea di calcio era profondamente legata al gruppo. Per lui il riconoscimento più importante rimaneva sempre quello collettivo: vincere insieme ai compagni. 

Il Milan continuò a dominare anche nelle stagioni successive. Nel 1989-90 arrivarono la Supercoppa Uefa, la Coppa Intercontinentale e una seconda Coppa dei Campioni consecutiva. La squadra di Sacchi era diventata un modello studiato in tutto il mondo. Baresi, intanto, era ormai considerato uno dei migliori difensori della sua generazione. La sua leadership non dipendeva soltanto dalle prestazioni tecniche, ma dalla capacità di tenere unito lo spogliatoio e di rappresentare i valori della squadra. 

Il rapporto con Sacchi, tuttavia, nel tempo divenne più complesso. L’allenatore chiedeva sempre il massimo ai propri giocatori e il livello di pressione all’interno del gruppo era altissimo. Dopo anni di successi e di tensioni crescenti, il ciclo del tecnico sulla panchina rossonera arrivò alla conclusione. Nel 1991 il Milan aprì un nuovo capitolo affidando la guida della squadra a Fabio Capello. Per Baresi significava ritrovare un ambiente conosciuto: Capello era stato suo compagno di squadra negli anni Settanta e conosceva perfettamente il valore del capitano. Con il nuovo allenatore il Milan avrebbe continuato a vincere, ma con una filosofia diversa. Meno spettacolare rispetto alla squadra di Sacchi, più concreta e pragmatica, la formazione di Capello avrebbe confermato la centralità di Baresi come leader assoluto. Il capitano era ormai diventato il punto di equilibrio di una squadra che stava attraversando una delle epoche più gloriose della propria storia. 

Con l’arrivo di Fabio Capello sulla panchina del Milan iniziò un nuovo capitolo della storia rossonera. La squadra aveva appena concluso il ciclo straordinario costruito da Arrigo Sacchi, ma non aveva perso la propria ambizione. Cambiarono alcuni principi di gioco, cambiò l’approccio tattico, ma rimase immutata una certezza: Franco Baresi al centro della difesa e dello spogliatoio. Capello conosceva bene il valore del suo capitano. Negli anni Settanta era stato suo compagno di squadra e aveva visto da vicino la crescita di quel giovane difensore diventato, nel tempo, il leader di una generazione. Il nuovo allenatore affidò a Baresi il compito di continuare a guidare una squadra ricca di campioni e di mantenere alto il livello di competitività. 

La prima stagione della nuova gestione fu subito storica. Nel campionato 1991-92 il Milan conquistò lo scudetto senza subire alcuna sconfitta, un risultato mai raggiunto nell’era del girone unico. Quella squadra, soprannominata successivamente “gli invincibili”, aveva nella solidità difensiva uno dei suoi punti di forza principali. Baresi era il comandante di quel reparto. Al suo fianco giocavano Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e un giovane Paolo Maldini destinato a raccogliere, negli anni successivi, la sua eredità come simbolo del Milan. Era una linea difensiva capace di unire esperienza, tecnica e organizzazione tattica, diventando un modello studiato in tutto il mondo. La forza di Baresi non risiedeva soltanto negli interventi difensivi. Il suo contributo andava oltre il semplice compito di fermare gli avversari. Era il primo riferimento nella costruzione del gioco, il giocatore che dava ordine alla squadra e che trasformava un recupero difensivo nell’inizio di una nuova azione offensiva. 

Negli anni di Capello il Milan continuò a dominare il calcio italiano. Arrivarono altri tre scudetti, conquistati nel 1992-93, nel 1993-94 e nel 1995-96, oltre a diverse Supercoppe italiane. La continuità di rendimento della squadra era impressionante e Baresi, nonostante l’avanzare dell’età, rimaneva un protagonista assoluto. Il tempo non sembrava diminuire la sua influenza. Al contrario, la sua esperienza rendeva il suo ruolo ancora più importante. In un calcio nel quale velocità e atletismo assumevano un peso sempre maggiore, Baresi continuava a dimostrare che l’intelligenza poteva compensare ogni limite fisico. 

Il 1993 rappresentò un altro momento significativo. Il Milan stabilì il record di imbattibilità nei principali campionati europei, rimanendo senza sconfitte per 58 partite consecutive. Quel primato raccontava soprattutto la forza di una difesa che aveva fatto della precisione e della concentrazione il proprio marchio distintivo. Il punto più alto di quell’epoca arrivò nella stagione 1993-94. Il Milan conquistò nuovamente la Champions League, al termine di una delle finali più celebri della storia della competizione. Ad Atene, contro il Barcellona allenato da Johan Cruijff e considerato favorito alla vigilia, i rossoneri offrirono una delle prestazioni più memorabili del calcio europeo, vincendo per 4-0. Baresi, però, non poté vivere quella serata da protagonista sul campo. Una squalifica gli impedì di disputare la finale. Fu un’assenza dolorosa per il capitano, che aveva contribuito in modo decisivo al percorso della squadra fino a quel momento. Anche senza giocare, però, il suo ruolo rimase evidente: quella vittoria apparteneva anche alla sua leadership e al lavoro costruito negli anni precedenti. 

Il Milan di Capello rappresentava una squadra diversa rispetto a quella di Sacchi. Meno legata alla rivoluzione tattica e più orientata alla gestione dei momenti della partita, ma ugualmente vincente. In entrambe le versioni, Baresi era stato il punto di equilibrio. 

La storia di Baresi con la Nazionale italiana fu più complessa rispetto a quella con il Milan. Nonostante il talento evidente, nei primi anni in azzurro trovò davanti a sé un campione affermato come Gaetano Scirea, considerato uno dei migliori liberi della sua generazione. Durante il Mondiale del 1982 Baresi faceva parte della squadra che avrebbe conquistato il titolo in Spagna, ma non scese mai in campo. Per un giocatore abituato a essere protagonista con il proprio club non fu un percorso semplice. Tuttavia, quella fase contribuì alla sua crescita. Baresi imparò ad aspettare il proprio momento e a mettere il gruppo davanti alle ambizioni personali, una caratteristica che avrebbe contraddistinto tutta la sua carriera. 

Il suo ruolo nella Nazionale cambiò progressivamente con il passaggio delle generazioni. Con l’arrivo di Azeglio Vicini sulla panchina azzurra diventò uno dei punti fermi della squadra e partecipò da protagonista al Campionato europeo del 1988 e al Mondiale del 1990 disputato in Italia. In quel torneo gli azzurri arrivarono fino alla semifinale, persa ai rigori contro l’Argentina di Diego Armando Maradona. L’Italia chiuse comunque la competizione al terzo posto, ma per Baresi fu la conferma definitiva del proprio status internazionale. Nel 1991, con l’arrivo di Arrigo Sacchi alla guida della Nazionale, Baresi ricevette finalmente la fascia di capitano azzurro. Era un riconoscimento importante: l’uomo che aveva guidato il Milan nei suoi anni più gloriosi diventava anche il riferimento della squadra nazionale. 

Il momento più intenso della sua esperienza con l’Italia arrivò nel 1994, negli Stati Uniti. Il Mondiale americano fu probabilmente il capitolo più drammatico e simbolico della carriera internazionale di Franco Baresi. L’Italia iniziò il torneo tra difficoltà e aspettative elevate. Nella seconda partita del girone, contro la Norvegia, il capitano azzurro riportò un grave infortunio al ginocchio. Sembrava impossibile che potesse tornare in campo in tempi brevi. Ma Baresi fece di tutto per rientrare. Dopo appena venticinque giorni riuscì a recuperare e Sacchi decise di schierarlo nella finale contro il Brasile. Fu una scelta coraggiosa, perché il capitano non era ancora al massimo della condizione, ma rappresentava troppo per quella squadra per essere lasciato fuori. La finale di Pasadena fu una partita tesa, equilibrata, rimasta nella storia come la prima finale mondiale decisa ai calci di rigore. Baresi giocò una gara straordinaria. Nonostante l’infortunio e la condizione fisica non ideale, guidò la difesa italiana con la solita autorevolezza. Poi arrivò il momento del tiro dal dischetto. Il suo rigore terminò alto. Fu un’immagine rimasta impressa nella memoria collettiva: il capitano azzurro, uno dei più grandi professionisti della storia del calcio, piegato dalla delusione dopo aver dato tutto per la propria squadra. Ma quella scena non avrebbe mai potuto cancellare il valore della sua prestazione né ciò che rappresentava per il calcio italiano. La grandezza di un campione non si misura soltanto dai momenti di vittoria. A volte si riconosce anche nella capacità di affrontare una sconfitta. Baresi uscì da quella finale senza la Coppa del mondo, ma con un rispetto ancora maggiore da parte di tifosi e avversari. 

Negli ultimi anni della sua carriera Franco Baresi continuò a rappresentare per il Milan molto più di un semplice calciatore. La squadra stava cambiando volto: alcuni protagonisti dell’epoca d’oro di Sacchi e Capello lasciavano progressivamente spazio a una nuova generazione, ma il capitano rimaneva il punto di riferimento dello spogliatoio e il custode di una cultura sportiva costruita attraverso anni di successi. Il calcio, però, stava entrando in una nuova fase. I ritmi aumentavano, gli attaccanti diventavano sempre più rapidi e il ruolo dei difensori richiedeva caratteristiche atletiche diverse rispetto al passato. Baresi, ormai vicino alla fine della carriera, continuava a compensare il naturale passare degli anni con l’esperienza, la posizione e quella capacità di leggere il gioco che lo aveva reso unico. 

Nella stagione 1995-96 arrivò un altro scudetto, il sesto della sua carriera. Era il successo di una squadra profondamente rinnovata, guidata in campo ancora una volta dal suo capitano. Accanto ai veterani rimasti dalla grande epoca precedente stavano emergendo nuovi protagonisti, ma il ruolo di Baresi non era cambiato: era ancora lui il punto di riferimento, il giocatore al quale guardare nei momenti più difficili. Il 6 aprile 1996 raggiunse un traguardo simbolico: 501 presenze in campionato con la maglia del Milan, eguagliando il record appartenuto a Gianni Rivera. Quel dato statistico raccontava soltanto una parte della storia. Dietro quelle presenze c’erano vent’anni di fedeltà, migliaia di allenamenti, vittorie memorabili e anche momenti di difficoltà affrontati sempre con la stessa professionalità. 

La stagione successiva fu l’ultima. Il Milan attraversava un periodo complicato, dopo la conclusione del ciclo vincente di Capello e il tentativo di avviare una nuova fase. Baresi, tuttavia, aveva già maturato la decisione più difficile: lasciare il calcio giocato. Il 19 gennaio 1997, dopo aver disputato la sua settecentesima partita con il Milan, annunciò il ritiro al termine della stagione. Non fu soltanto l’addio di un grande calciatore. Fu la fine di un’epoca. 

L’ultima partita ufficiale arrivò il 1º giugno 1997 a San Siro contro il Cagliari. Quel giorno lo stadio salutò il proprio capitano, consapevole di assistere alla conclusione di una storia irripetibile. Al termine dell’incontro il Milan decise di compiere un gesto senza precedenti nel calcio italiano: ritirare la maglia numero 6. Da quel momento nessun altro giocatore avrebbe più indossato quel numero. Non era soltanto un omaggio a un campione, ma il riconoscimento del legame indissolubile tra un uomo e una maglia. 

La carriera di Franco Baresi può essere letta attraverso i numeri, ma i numeri da soli non riescono a spiegare completamente il suo valore. Con il Milan ha disputato venti stagioni, conquistando sei campionati italiani, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Uefa e quattro Supercoppe italiane. È stato protagonista di due generazioni leggendarie del club: prima quella costruita da Arrigo Sacchi, poi quella guidata da Fabio Capello. Ha vissuto il passaggio da un Milan in difficoltà a una squadra capace di dominare in Italia e in Europa. È stato presente nei momenti della ricostruzione e in quelli del trionfo, mantenendo sempre lo stesso ruolo: quello del leader. Il suo nome è legato soprattutto alla difesa che ha fatto la storia del calcio mondiale. Insieme a Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e Paolo Maldini formò un reparto considerato tra i più forti mai esistiti. Una linea difensiva capace non soltanto di impedire agli avversari di segnare, ma di controllare la partita attraverso organizzazione, tecnica e intelligenza. Baresi non era un difensore spettacolare nel senso tradizionale del termine. Non cercava il gesto fine a se stesso. La sua grandezza nasceva dalla precisione: un anticipo al momento giusto, un passaggio verticale, una scelta tattica effettuata qualche secondo prima degli altri. Era un giocatore che sembrava conoscere in anticipo lo sviluppo dell’azione. 

Dopo il ritiro Franco Baresi rimase vicino al mondo del calcio e soprattutto al Milan. La sua storia con il club non si interruppe con l’ultima partita giocata. Entrò inizialmente nei quadri dirigenziali rossoneri, mettendo a disposizione la propria esperienza. Successivamente ebbe una breve parentesi all’estero come dirigente del Fulham, prima di tornare definitivamente al Milan, dove ricoprì diversi incarichi legati alla crescita del settore giovanile e alla rappresentanza della società. Nel corso degli anni è rimasto una figura di riferimento per il club, un ambasciatore dei valori rossoneri e un collegamento tra epoche diverse della storia milanista. Il suo rapporto con i tifosi è rimasto intatto. Per il popolo rossonero Baresi non è stato soltanto un grande giocatore: è stato il capitano che ha rappresentato il Milan nei momenti difficili e nelle vittorie più importanti. Nel 1999, durante le celebrazioni per il centenario del club, i tifosi lo votarono come “Milanista del secolo”, un riconoscimento che spiegava meglio di qualsiasi statistica il suo rapporto con la squadra. 

Nel corso della sua carriera Franco Baresi ha ricevuto numerosi riconoscimenti individuali. È stato inserito tra i migliori calciatori del XX secolo nelle classifiche internazionali più autorevoli, è entrato nella Fifa 100 selezionata da Pelé nel 2004 e nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2013. Per molti avrebbe meritato il Pallone d’Oro. Nel 1989 arrivò secondo, alle spalle del compagno di squadra Marco van Basten, in una stagione nella quale il Milan dominava il calcio europeo. Ma forse il riconoscimento più importante non è arrivato da una giuria o da una classifica, è arrivato dal tempo. A distanza di anni dal suo ritiro, il nome di Franco Baresi ha continuato a essere associato a concetti che nel calcio moderno sembrano sempre più rari: appartenenza, continuità, responsabilità, professionalità. (di Paolo Martini) 

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