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Congedo paritario, perché la riforma per i neogenitori si è arenata alla Camera

Il percorso parlamentare della proposta di legge sul congedo paritario, nata da una convergenza tra tutte le forze di opposizione, ha subito una brusca interruzione. La Commissione Bilancio della Camera ha infatti bocciato il testo, recependo i duri rilievi contabili della Ragioneria Generale dello Stato.

Quella che era stata presentata come una “rivoluzione culturale” per le famiglie italiane si è scontrata con il muro della sostenibilità finanziaria, aprendo un aspro scontro politico tra il governo e le minoranze.

Il progetto: cinque mesi al 100% per entrambi i genitori

L’essenza della proposta, che vedeva come prima firmataria la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, puntava a scardinare l’attuale squilibrio tra madri e padri. Il piano prevedeva di estendere il periodo obbligatorio per il padre dagli attuali dieci giorni a ben cinque mesi, da fruire entro i primi 18 mesi di vita del bambino. Due i pilastri fondamentali del provvedimento:

  • L’indennità integrale: cioè il passaggio della retribuzione dall’attuale forbice tra il 30% e l’80% alla copertura totale (100%) dello stipendio.
  • La non trasferibilità: per incentivare una reale condivisione dei compiti di cura, i mesi spettanti a un genitore non avrebbero potuto essere ceduti all’altro, evitando che l’onere ricadesse, come avviene oggi, quasi esclusivamente sulle donne.

La riforma mirava inoltre a includere categorie finora meno tutelate, come i lavoratori autonomi e i professionisti iscritti alla gestione separata, garantendo loro un’indennità basata sul fatturato.

I carichi di cura

I numeri dell’ultimo Rendiconto di genere dell’Inps confermano la profondità del divario tra i genitori: nel 2024, le donne hanno utilizzato ben 15,4 milioni di giornate di congedo parentale, a fronte di appena 2,8 milioni di giornate usufruite dagli uomini. Tradotto in termini percentuali, circa l’84,6% del tempo dedicato ufficialmente alla cura dei figli ricade sulle madri, lasciando ai padri solo il 15,4% del totale. Tale squilibrio si inserisce in un contesto occupazionale dove il tasso di occupazione femminile è del 53,3%, contro il 71,1% maschile, con un divario di genere pari al 17,8%. Anche la stabilità lavorativa riflette questa disparità, dato che le donne rappresentano solo il 36,7% delle assunzioni a tempo indeterminato. Questa discontinuità di carriera incide infine pesantemente sulle pensioni anticipate, dove le donne costituiscono appena il 34,2% dei beneficiari.

L’offerta di asili nido rimane insufficiente, con solo l’Umbria, l’EmiliaRomagna e la Valle d’Aosta raggiungono o si avvicinano all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni.

Il verdetto della Ragioneria

A fermare l’iter è stata la relazione tecnica della Ragioneria Generale dello Stato, che ha definito la copertura finanziaria del provvedimento “inidonea”. Secondo i tecnici del Ministero dell’Economia, la proposta presentava tre criticità insormontabili:

  1. Costi sottostimati: i proponenti avevano quantificato l’impatto in circa 3 miliardi di euro annui. La Ragioneria ha invece calcolato oneri molto più pesanti: 3,7 miliardi già per il 2026, destinati a salire fino a oltre 4,5 miliardi annui entro il 2035.
  2. Dati mancanti: il documento contabile ha evidenziato come mancassero i calcoli relativi ai dipendenti del settore pubblico (in particolare il comparto scuola) e alle professioniste iscritte alle casse di previdenza private.
  3. Il nodo dei Sad: per finanziare la misura, l’opposizione proponeva di attingere dal taglio dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (Sad). Una soluzione bocciata dai tecnici poiché ritenuta “meramente programmatica” e priva dell’indicazione specifica di quali sussidi eliminare per coprire spese che, al contrario, sono certe e strutturali.

Il botta e risposta tra opposizioni e maggioranza

La decisione ha scatenato polemiche in Aula. Elly Schlein ha accusato la maggioranza di nascondersi dietro i tecnicismi: “Vi trincerate oggi dietro una scusa tecnica, quella che mancherebbe le coperture, però lo sapete che è solo una questione di volontà politica perché le avete trovate per fare il ponte sullo Stretto di Messina, per fare delle prigioni vuote in Albania, allora siete ipocriti e non è la prima volta che scegliete di comprimere gli spazi della nostra opposizione e delle nostre proposte unitarie. L’avete fatto anche sul salario minimo”.

Di segno opposto la replica di Marta Schifone (FdI), relatrice del provvedimento, che ha difeso la scelta della Commissione rivendicando il rigore sui conti: La relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato è chiara: le coperture della proposta di legge sul congedo parentale delle opposizioni sono inidonee e il provvedimento non può essere verificato positivamente. Non è una questione politica, è una questione di responsabilità verso la tenuta dei conti pubblici e verso le famiglie italiane. Presentare proposte senza coperture adeguate non è tutelare le famiglie: è fare propaganda sulla loro pelle”.

La richiesta al Governo resta quella di aprire un tavolo di confronto per trovare risorse reali, ma al momento la riforma del congedo paritario torna a essere un cantiere bloccato dalla mancanza di fondi certi.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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