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Divieto social in UK: i limiti della norma, il cattivo esempio dei genitori e “quell’algoritmo che uccide”

Anche il Regno Unito ha vietato i social agli adolescenti under 16. Il primo ministro Keir Starmer ha affermato che questa manovra è necessaria per “restituire ai bambini la loro infanzia“, sottraendoli a un mondo digitale che “crea dipendenza e rende i bambini infelici“. La reazione internazionale è stata di forte consenso, con il presidente francese Emmanuel Macron che punta a un divieto simile per gli under 15 – già in vigore in Australia – entro metà luglio e il ministro dell’Istruzione italiano Giuseppe Valditara che si è dichiarato favorevole a un provvedimento analogo in Italia. Ma quali sono i limiti del divieto? Funziona anche quando sono i genitori a dare il cattivo esempio? E un algoritmo può davvero uccidere?

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I limiti del divieto: protezione o esclusione?

Secondo la dottoressa Victoria Nash, ricercatrice dell’Oxford Internet Institute, un divieto generalizzato rischia di lasciare gli adolescenti “protetti ma esclusi“. L’esperienza dell’Australia, per la dottoressa, è un monito: nonostante il bando, circa il 70% dei minori è riuscito a mantenere i propri account, utilizzando stratagemmi come l’aiuto di fratelli maggiori o l’uso di maschere per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale. Inoltre, il bando non ha ridotto le segnalazioni di cyberbullismo o abusi.

Nash ha sottolineato che tagliare fuori i giovani dai social significa privarli della loro fonte primaria di informazione e partecipazione democratica. TikTok è oggi il social più usato per le notizie dai 12-15enni britannici. Inoltre, il divieto colpirebbe l’istruzione (il 40% degli 8-17enni usa YouTube per studiare) e le comunità di supporto per minoranze, come i giovani Lgbtqi+ o con disabilità, che nei social trovano spazi di ascolto altrimenti inaccessibili.

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Il cattivo esempio dei genitori

A peggiorare la situazione è che il successo di ogni norma passa anche per l’esempio domestico. Ma i dati sono scoraggianti. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama Pediatrics, condotto da Jiawen Wu e Cecilia Sada Garibay dell’Università dell’Arizona e riportato dalla Cnn, gli adulti sono i primi a non riuscire a staccarsi dallo smartphone.

La ricerca su oltre 350 famiglie ha rivelato che circa il 75% dei genitori usa dispositivi durante i pasti, una percentuale persino superiore a quella dei figli (70%). La ricercatrice Sada Garibay avverte che questa “sostituzione della condivisione con l’uso individuale” erode i benefici psicologici del pasto in famiglia, come la prevenzione dell’abuso di sostanze e la stabilità emotiva. Quando i genitori sono distratti dalle notifiche, i figli percepiscono di non essere una priorità, perdendo quel momento di “ancoraggio” e ritualità fondamentale per la loro crescita.

L’algoritmo uccide?

Infine, uno dei motivi sui quali si regge la regolamentazione a favore del divieto social è che l’algoritmo di queste piattaforme amplifica il disagio del giovane promuovendo contenuti legati proprio alla propria sfera di sofferenza. Un reportage della Reuters ha riacceso i riflettori sul caso di Rossella, una dodicenne di Asti morta per suicidio nel 2024. Solo dopo la tragedia, i genitori hanno scoperto che Rossella gestiva un profilo Instagram segreto, significativamente chiamato “Just a dead pers0n“. In soli cinque mesi, l’algoritmo, intercettando i suoi primi segnali di tristezza, ha iniziato a inondare il suo feed con contenuti di autolesionismo e depressione, creando un “loop” che ha annientato la sua voglia di vivere.

Questa vicenda è al centro della prima azione collettiva in Italia contro Meta e TikTok, guidata dallo studio legale Ambrosio & Commodo e dal Movimento italiano genitori (Moige). L’accusa è che le piattaforme utilizzino meccanismi di ricompensa simili a slot machine per generare scariche di dopamina, creando una dipendenza patologica che i genitori, da soli, non possono monitorare. Il Moige ha lanciato un appello urgente al Parlamento per una legge strutturata che non si limiti all’età, ma che imponga la verifica certificata tramite identità digitale e sanzioni fino al 6% del fatturato per le piattaforme inadempienti.

Le Big Tech, dal canto loro, difendano i propri sistemi di sicurezza. Meta ha dichiarato alla Reuters di essere “fortemente in disaccordo con queste accuse” che ignorano il loro “impegno di lunga data nel sostenere i giovani”. Un portavoce di Meta ha aggiunto che “la sicurezza degli adolescenti dovrebbe essere una priorità per l’intero settore”, citando i nuovi “Teen Accounts” con protezioni predefinite. TikTok ha riferito alla Reuters di investire in misure per “diversificare i contenuti consigliati” e “bloccare ricerche potenzialmente dannose” per proteggere la salute mentale. Per Meta, il benessere dei minori dipende da vari fattori esterni, tra cui risultano fondamentali le tutele attive e il “livello di coinvolgimento dei genitori”. TikTok ha inoltre sottolineato l’impegno nel “connettere gli utenti vulnerabili a risorse di supporto”, come le linee telefoniche locali per la prevenzione del suicidio.

Le famiglie però chiedono la rimozione degli algoritmi manipolatori e una reale responsabilità civile per i danni causati alla salute mentale dei minori.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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