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“I genitori con figli in età adolescenziale sanno di cosa parlo, è come un piccolo lutto”. Michelle Hunziker parla delle figlie Sole e Celeste a Verissimo

Prima gli abbracci, poi la richiesta di essere lasciati lontani da scuola. Nel mezzo c’è l’adolescenza, la fase in cui i figli cercano uno spazio proprio e i genitori devono imparare a essere presenti in modo diverso.

Michelle Hunziker ne ha parlato a Verissimo, ospite di Silvia Toffanin nella puntata del 4 ottobre. La conduttrice, mamma di Aurora Ramazzotti e delle più giovani Sole e Celeste, nate rispettivamente nel 2013 e nel 2015, ha descritto con ironia ma anche con una certa fatica il cambiamento attraversato dalle due figlie più piccole.

“Hanno diciassette mesi di differenza. Fino a tre o quattro mesi fa Cece (Celeste, ndr.) era ancora una bambina, mi abbracciava, mi coccolava. Adesso è entrata anche lei prepotentemente nella fase adolescenziale”, ha spiegato. “Si sono coalizzate contro di me, mi devastano dalla mattina alla sera, mi prendono in giro continuamente”.

Lo dice con il sorriso, ma è seria: “I genitori con figli in età adolescenziale sanno di cosa parlo”, dice la conduttrice svizzera parlando di un “piccolo lutto quotidiano”.

Le sue parole intercettano una domanda comune a molte famiglie: perché un figlio adolescente sembra allontanarsi all’improvviso, e quanto bisogna stringere o allentare la presa in questa fase?

Perché gli adolescenti si allontanano dai genitori?

“Le scuole medie sono quel momento in cui stai entrando nell’adolescenza: non sei del tutto bambino, ma non sei neanche grande. Non sai come collocarti”, ha osservato Hunziker. È una definizione informale, che però coglie uno degli elementi centrali di questa età: il passaggio da un’identità prevalentemente costruita dentro la famiglia a una progressiva ricerca di autonomia.

Il fenomeno è stato analizzato anche dalla ricerca Webboh Lab, dalla quale è emerso che i giovani non rifiutano il confronto con i genitori, ma chiedono di essere ascoltati senza pregiudizi.

Secondo l’Unicef, la distanza dai genitori non coincide necessariamente con la perdita del legame. Opporsi, mettere in discussione le regole, attribuire più importanza al gruppo dei pari e difendere la propria privacy possono essere espressioni della costruzione di un’identità autonoma.

Questo non rende la trasformazione meno destabilizzante per gli adulti: il genitore continua a vedere il bambino accudito per anni, mentre il figlio prova a essere riconosciuto come una persona distinta.

Il “piccolo lutto” dei genitori

Michelle Hunziker ha scelto un’immagine netta per descrivere la situazione: “Secondo me i genitori di adolescenti possono capirmi: è come un piccolo lutto. Li hai partoriti, accuditi, allattati, hai fatto le notti in bianco, hai dedicato loro tutto il tuo tempo, i baci e gli abbracci”.  Poi cambia tutto: “Improvvisamente non ti salutano più. Prima di andare a scuola devi lasciarli a cento metri perché si vergognano di te. Cominciano a combatterti e ogni cosa che dici non vale niente”.

Cosa deve fare un genitore in questi casi? Secondo l’Unicef, reagire alla maggiore distanza aumentando indiscriminatamente il controllo, come ha dichiarato di fare Hunziker, rischia di chiudere il dialogo; occorre invece modificare il modo di reagire, restando emotivamente disponibili e rispettando capacità, privacy e responsabilità che cambiano con l’età.

Come parlare con un figlio adolescente?

I dati italiani mostrano che la comunicazione familiare diventa più difficile con il passare degli anni. Secondo la Sorveglianza Hbsc 2022, coordinata dall’Istituto superiore di sanità e condotta su 89.321 studenti di 11, 13, 15 e 17 anni, la facilità con cui i ragazzi si aprono con entrambi i genitori diminuisce all’aumentare dell’età. Il 68% dei ragazzi e il 60% delle ragazze riferisce un elevato sostegno familiare, ma tra i quindicenni la percentuale scende al 61% per i maschi e al 52% per le femmine.

Mantenere il dialogo non significa obbligare un adolescente a raccontare tutto, ma costruire le condizioni perché possa parlare quando ne avrà bisogno. Le indicazioni internazionali sull’accompagnamento alla genitorialità suggeriscono di:

  • Ascoltare senza interrompere e senza trasformare immediatamente il racconto in una lezione;
  • Evitare di discutere nei momenti di massima rabbia;
  • Prendere sul serio le emozioni anche quando il comportamento non può essere accettato;
  • Mostrare interesse per amicizie e attività senza impostare la conversazione come un interrogatorio;
  • Affrontare apertamente argomenti sensibili, dalla salute mentale alla sessualità e all’uso di sostanze;
  • Lasciare ai figli adolescenti la possibilità di esprimere la propria opinione sulle decisioni che li riguardano.

D’altra parte, ascoltare non può comportare la rinuncia al ruolo educativo dei genitori.

Quanta libertà dare?

Continuando la chiacchierata con la sua amica e collega Silvia Toffanin, Michelle Hunziker ha aggiunto: “Ho deciso di diventare un vigile urbano: le controllo dalla mattina alla sera, so ogni cosa che fanno”. Subito dopo ha aggiunto: “La cosa più importante in questa fase è non mollare mai la presa, perché è il momento in cui hanno più bisogno”.

La metafora del “vigile urbano” esprime il bisogno di proteggere i figli, ma l’Oms evidenzia che il controllo non può rimanere identico durante tutta la crescita dei figli. La chiave, tanto difficile quanto preziosa, è l’equilibrio tra la protezione dai pericoli e il sostegno nel prendere decisioni progressivamente autonome, spiega l’Organizzazione mondiale della Sanità.

Sulla base delle indicazioni Unicef sulla disciplina positiva e sull’autonomia progressiva, una regola familiare tende a funzionare meglio quando è chiara, motivata, applicata con coerenza, proporzionata al comportamento, adeguata all’età e discussa, per quanto possibile, con l’adolescente. Quest’ultimo deve poter esprimere il proprio punto di vista, anche se la responsabilità finale resta all’adulto.

Sapere dove si trova un figlio, con chi è e quando tornerà rientra nella responsabilità genitoriale. Leggerne sistematicamente i messaggi, sorvegliarne ogni conversazione o eliminare qualsiasi spazio privato è invece un’altra cosa: una vigilanza troppo invasiva può indebolire proprio quella fiducia che permette al ragazzo di chiedere aiuto quando incontra un problema.

Quando bisogna preoccuparsi?

Scontrosità, oscillazioni dell’umore, maggiore riservatezza e bisogno di stare con i coetanei possono accompagnare l’adolescenza. A fare la differenza sono l’intensità, la durata e l’impatto dei cambiamenti sulla vita quotidiana.

Secondo gli specialisti dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, occorre prestare attenzione soprattutto a trasformazioni improvvise e persistenti: un netto peggioramento del rendimento scolastico, disturbi del sonno, cambiamenti significativi nell’alimentazione, abbandono di attività prima amate, isolamento sociale, irritabilità accentuata o perdita di interesse e piacere. Se questi comportamenti diventano quotidiani, segnano una discontinuità rispetto alle abitudini e durano settimane o mesi, è opportuno chiedere aiuto a uno specialista.

Autolesionismo, forti variazioni di peso, rifiuto scolastico, uso problematico di sostanze, aggressività ingestibile o riferimenti alla morte non vanno letti come semplice “ribellione adolescenziale”. In questi casi il primo interlocutore può essere il pediatra o il medico di famiglia, che potrà indicare un servizio di neuropsichiatria infantile o un professionista competente.

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Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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