“Il loop dell’empatia infinita”, quando il chatbot diventa l’amico che ti dà sempre ragione: l’allarme del Garante

Un amico che risponde a qualsiasi ora, ascolta ogni problema, non perde mai la pazienza e sembra avere sempre la parola giusta. Per un adolescente può essere una presenza rassicurante. Ma cosa succede quando quell’amico è un’intelligenza artificiale, progettata per sostenere conversazioni sempre più personali?

È una delle questioni emerse oggi, 28 ottobre, alla Camera dei deputati, durante le audizioni sull’EU Kids Act, la proposta di regolamento europeo che punta a rendere più sicuri gli ambienti digitali frequentati dai minori. Al centro del confronto non ci sono soltanto i limiti d’età per i social network, ma anche i chatbot capaci di simulare empatia, affetto e relazioni personali.

A richiamare l’attenzione su questo rischio è stato il presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, che ha parlato del “loop dell’empatia infinita”: un meccanismo per cui il tono costantemente disponibile e lusinghiero di un chatbot potrebbe rendere meno gratificanti, per confronto, i rapporti con le persone reali.

“Il loop dell’empatia infinita”, ha spiegato Stanzione, “rischia infatti di generare una dipendenza tale da svalutare, per converso, i rapporti umani”, che possono apparire troppo complessi e poco soddisfacenti, favorendo così l’isolamento.

Il Garante ha richiamato il cosiddetto ‘effetto Eliza’, il fenomeno per cui le persone tendono ad attribuire comprensione e intenzioni umane a un programma informatico che conversa con loro. Una questione che assume un peso particolare quando l’interlocutore è un ragazzo ancora impegnato a costruire la propria identità e le proprie relazioni.

Quando il chatbot diventa un confidente

La preoccupazione è stata condivisa da Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria, intervenuto davanti alla Commissione Politiche dell’Unione europea della Camera.

Secondo Agostiniani, il problema dei compagni virtuali non è soltanto il tempo trascorso davanti allo schermo, ma il tipo di rapporto che questi strumenti possono incoraggiare. L’intelligenza artificiale può diventare un interlocutore abituale quando un adolescente cerca consigli su amicizie, sentimenti o difficoltà personali.

A differenza di un amico, però, un sistema progettato per rispondere in modo accomodante rischia di non offrire quel confronto che aiuta a maturare.

Il pediatra ha sottolineato come il rapporto con gli altri comporti anche discussioni, contrasti e frustrazioni: esperienze che contribuiscono alla crescita. I compagni virtuali, al contrario, possono instaurare modalità di conversazione emotivamente coinvolgenti, nelle quali l’utente riceve continue rassicurazioni.

Non significa che chiedere un consiglio a un chatbot sia di per sé dannoso. La questione è quando l’interazione artificiale diventa un sostituto abituale delle relazioni personali, soprattutto nei momenti di fragilità.

Un’indicazione sulla diffusione di questi comportamenti arriva da un’indagine Ipsos Doxa per Telefono Azzurro, pubblicata nel 2026: tra i ragazzi intervistati, il 14% dichiara di rivolgersi spesso ai chatbot per consigli personalizzati e un ulteriore 34% afferma di averlo fatto almeno qualche volta. Il 23% riferisce di essersi sentito non giudicato e il 16% meno solo dopo aver interagito con questi strumenti.

Anche Anna Maria D’Alba, intervenuta per l’Associazione dei gruppi italiani di psicoterapia psicoanalitica dell’adolescenza (AGIPPSA), ha richiamato il ricorso ai chatbot per chiedere rassicurazioni, interpretazioni dei sogni e risposte a questioni personali.

Il punto, nella prospettiva degli psicoterapeuti, è che una relazione umana non offre sempre la risposta desiderata. Richiede di confrontarsi con l’attesa, con il disaccordo e con la possibilità di non essere compresi immediatamente. Sono esperienze che partecipano alla costruzione dell’autonomia emotiva.

Il tema è stato affrontato anche da Nunzia Ciardi, vicedirettrice generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN). Durante la sua audizione ha richiamato il fenomeno dei ragazzi che consultano quotidianamente i modelli di intelligenza artificiale per capire come comportarsi nella vita e nelle relazioni, talvolta attribuendo loro un ruolo simile a quello di un professionista della salute mentale.

Quattro interventi diversi, dunque, che convergono su un interrogativo: fino a che punto un servizio digitale dovrebbe poter imitare una relazione affettiva con un minorenne?

Che cosa prevede il Kids Act sugli amici artificiali

La proposta europea prova a intervenire proprio sulle caratteristiche di questi sistemi. L’articolo 14 dell’EU Kids Act introduce obblighi specifici per i fornitori di compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale e di chatbot conversazionali generali accessibili ai minori.

Il testo chiede di adottare misure per proteggere la salute, la sicurezza, il benessere e lo sviluppo dei ragazzi. Tra queste, evitare funzionalità e comportamenti che simulino relazioni interpersonali suscettibili di creare dipendenza emotiva.

Non si tratta quindi di vietare ogni conversazione tra un adolescente e un chatbot, né di proibire all’intelligenza artificiale di rispondere con gentilezza. L’obiettivo dichiarato è intervenire sulle modalità di progettazione che possono favorire un coinvolgimento emotivo problematico, spostando una parte della responsabilità dagli utenti alle aziende che sviluppano questi servizi.

La proposta prevede inoltre impostazioni di sicurezza dedicate ai minori e limiti all’utilizzo delle informazioni ricavate dalle conversazioni precedenti, salvo le eccezioni previste per proteggerne la sicurezza e gestire le impostazioni del servizio.

È proprio questo cambiamento di prospettiva che il presidente dei pediatri Rino Agostiniani ha considerato particolarmente importante durante l’audizione: non affidare la tutela dei ragazzi soltanto alla vigilanza di genitori e famiglie, ma richiedere che le piattaforme incorporino le protezioni nella propria progettazione.

La questione, però, non riguarda soltanto le responsabilità delle aziende tecnologiche. Stanzione ha tuttavia ricordato che queste tutele devono convivere con il rispetto della privacy e con la progressiva autonomia dei minori. Anche gli strumenti di controllo parentale, ha osservato, non possono tradursi in una sorveglianza sproporzionata dei figli.

Il Garante ha inoltre insistito su un altro punto: “I divieti non bastano”. Accanto alle regole serve un’educazione digitale che insegni ai ragazzi a utilizzare le tecnologie consapevolmente e agli adulti ad accompagnarli.

L’EU Kids Act, presentato dalla Commissione europea il 17 settembre 2026, è ancora una proposta legislativa. Le disposizioni sui chatbot non sono quindi già operative: saranno oggetto del confronto tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea.

Intanto, dalle audizioni alla Camera emerge una questione che va oltre il numero di ore passate online: non soltanto quanto tempo gli adolescenti trascorrono con l’intelligenza artificiale, ma quale posto questi interlocutori artificiali stanno prendendo nelle loro vite.

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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