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Italia longeva ma meno anni in buona salute: da che età iniziano i problemi

In Italia viviamo più a lungo, ma non necessariamente meglio. Mentre la speranza di vita nel Bel Paese sfiora ormai gli 84 anni, già a 58 cominciano i problemi. Acciacchi, malattie e perdita di autosufficienza: la prospettiva è quella di passare un quarto di secolo – oltre 25 anni – tra cronicità e fragilità. È da questo gap tra longevità e qualità della vita che parte il White Paper promosso dall’associazione del Terzo settore Peripato e dalla Fondazione Anthem, che riunisce 300 ricercatori tra medicina e ingegneria. Per gli autori, occorre ripensare radicalmente cure e assistenza e trasformare l’Italia da Paese “di vecchi” a Paese davvero “per vecchi”.

Alla stesura del paper, curato da Sergio Harari, presidente di Peripato e professore di Medicina interna all’università Statale di Milano, e da Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem e professore di Public Management all’università di Bergamo, hanno contribuito, tra gli altri, Silvio Brusaferro, Guido Cavaletti, Luca Degani, Sergio Dompé, Daniele Finocchiaro, Giada Lonati, Cristina Messa, Nicola Montano, Fabrizio Oliva e Rosanna Tarricone. Il testo lancia l’allarme sul crescente divario tra l’allungamento della vita e la capacità dei servizi sanitari di reggerne l’impatto.

Un sistema che non regge più

Il sistema attuale, avvertono gli autori, non è più sostenibile. Con gli over 65 già pari al 25,1% della popolazione e una spesa per la non autosufficienza che supera i 30 miliardi di euro l’anno, il Libro bianco sulla cronicità e la non autosufficienza delinea alcune direttrici di riforma. Tra le proposte per far fronte allo ‘tsunami d’argento’: l’adozione di terapie digitali, il potenziamento del fascicolo sanitario elettronico, l’integrazione ospedale-territorio e una revisione delle esenzioni basata sul reddito per garantire equità e sostenibilità al Servizio sanitario nazionale.

Il gap tra longevità e crisi dei servizi sanitari

“Dai più recenti dati diffusi dall’Istat emerge con chiarezza la realtà strutturale di un Paese sempre più anziano nel confronto europeo, che registra la quota più bassa di giovani e la più alta di anziani, con 14,8 milioni di over 65 e un’età media di 49 anni, quattro in più rispetto alla media Ue”, dichiarano Harari e Paleari. “Si tratta di uno squilibrio, frutto di un processo di lungo periodo, che incide profondamente sulla domanda di servizi sanitari, assistenziali e previdenziali, a cui il documento offre una risposta radicale basata su innovazione digitale e nuovi modelli organizzativi per garantire il diritto alla salute delle generazioni presenti e future”.

Il gap tra speranza di vita e anni vissuti in buona salute “genera conseguenze socio-economiche imponenti, anche perché oltre 24 milioni di italiani, cioè più del 40% della popolazione, dichiarano di convivere con almeno una patologia cronica”, osserva Brusaferro, già presidente dell’Istituto superiore di sanità e oggi ordinario di Igiene e Medicina preventiva all’università di Udine.

“Parallelamente, il sistema si regge su oltre 8,5 milioni di caregiver familiari, impegnati in assistenza a costo di enormi sacrifici personali e professionali, e su oltre 800mila badanti, con una forte componente di spesa privata pari a 45 miliardi di euro l’anno, che si aggiunge agli oltre 140 miliardi di spesa pubblica sanitaria, di cui appena un miliardo deriva dalla compartecipazione attraverso il ticket”.

Per il futuro, il quadro appare ancora più critico. “Entro il 2043 si stima che 6,2 milioni di over 65 vivranno soli, rendendo i modelli di assistenza attuali del tutto insufficienti, mentre la popolazione non autosufficiente è destinata a crescere del 25% entro il 2030”, sottolinea Degani, avvocato e presidente di Uneba Lombardia.

Tecnologia e nuovi modelli organizzativi: una presa in carico globale

Sul fronte delle soluzioni, il Libro bianco punta su tecnologia e nuovi modelli organizzativi. Non si tratta solo di digitalizzare documenti, ma di adottare vere e proprie Digital Therapeutics (DTx), ovvero software certificati, sotto forma di app, videogiochi, sistemi di realtà virtuale o dispositivi sensorizzati, con finalità terapeutiche, riabilitative o preventive in ambito cardiologico, pneumologico, neurologico, neuropsichiatrico e oncologico. Strumenti che consentono il monitoraggio continuo e da remoto di patologie come diabete, ipertensione e depressione, migliorando esiti clinici, aderenza e accesso alle cure anche a domicilio.

“Queste soluzioni sono già rimborsate in Paesi come la Germania, con costi medi per ciclo di circa 222 euro, mentre l’Italia è ancora priva di un quadro normativo strutturato”, evidenzia Cavaletti, ordinario di Anatomia umana e prorettore vicario dell’università di Milano-Bicocca. “L’introduzione dell’intelligenza artificiale e il potenziamento del fascicolo sanitario elettronico permetteranno di passare da una medicina a silos a una presa in carico globale, riducendo esami ridondanti, liste d’attesa e ospedalizzazioni improprie grazie alla disponibilità immediata delle informazioni e al monitoraggio da remoto”.

Abbattere le barriere tra ospedale e territorio

I curatori del White Paper chiedono anche di rafforzare la prevenzione e di responsabilizzare i cittadini verso stili di vita corretti fin dai primi anni di vita. “È anche necessaria una migliore integrazione socio-sanitaria, capace di abbattere le barriere tra ospedale e territorio e di creare reti geografiche in cui il paziente riceva cure adeguate ovunque venga intercettato”, indica Tarricone, Associate Dean della Sda Bocconi School of Management, Divisione Government, Health e Non Profit, e professoressa associata al Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’università Bocconi di Milano.

Sul fronte delle risorse, secondo gli autori occorre “rivedere i meccanismi di esenzione dal ticket, introducendo criteri basati sulla reale capacità economico-patrimoniale, per garantire equità e sostenibilità”, spiega la professoressa segnalando anche la necessità di “ripensare la collaborazione pubblico-privato e i sistemi assicurativi affinché tornino alla loro natura di copertura dei rischi legati alla non autosufficienza”.

“Il cambiamento che ci aspetta – conclude Messa, ordinario di Diagnostica per immagini all’università di Milano-Bicocca e direttrice scientifica della Fondazione Don Carlo Gnocchi – da sotterraneo diventerà presto visibile e di grande impatto su tutta la popolazione. Agire ora significherebbe un’importante assunzione di responsabilità da parte del decisore politico, per trasformare quello che oggi viene definito un ‘silver tsunami’ in una vera onda di rinnovamento per l’intero Paese”.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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