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Neanche l’immigrazione salverà la demografia: -100mila residenti dal 2030

A partire dal 2030, l’Italia perderà circa 100mila residenti: l’equivalente di una città come Monza, Trento, Ancona o Siracusa. E il saldo negativo peggiorerà fino al 2080. Ma attenzione: neppure l’immigrazione ci salverà dal calo demografico. A dirlo sono i numeri dell’ultima rilevazione Istat, la quale ha analizzato come le nascite non tengano più il passo dei decessi e le persone immigrate che arrivano non bastano a colmare il divario. A peggiorare la situazione ci sono gli espatri che sottraggono ogni anno una fetta di popolazione giovane e produttiva.

Il risultato? Una popolazione che si restringe, invecchia e che, secondo le previsioni Istat, continuerà a farlo almeno per altri cinquant’anni, con effetti diretti sul lavoro, sul welfare e sulla tenuta complessiva del Paese. Ma andiamo con ordine.

Il deficit naturale

Il primo motivo per cui l’immigrazione non compenserà la denatalità è puramente matematico: la differenza tra chi nasce e chi muore in Italia (il cosiddetto “saldo naturale”) è talmente negativa da risultare incolmabile.

Oggi in Italia nascono circa 355mila bambini all’anno. I decessi sono a quota 652mila. Questo divario così ampio è dovuto a un fattore strutturale inevitabile: le numerosissime generazioni nate durante il baby boom degli anni ’60 e della prima metà dei ’70 stanno entrando progressivamente nella fascia d’età più anziana, determinando un aumento fisiologico della mortalità.

Già oggi, quindi, partiamo ogni anno con circa 296mila persone in meno. E la tendenza è destinata a peggiorare nei prossimi decenni. Nel 2030, il deficit naturale salirà a -353mila persone all’anno (con decessi in aumento a 708mila). Nel 2059, si toccherà un deficit record di -570mila persone in un solo anno (con i decessi che toccheranno il picco di 869mila nel 2058).

Nessuno scenario considerato dall’Istat, nemmeno il più favorevole, prevede un pareggio tra nascite e decessi da qui al 2080.

I flussi migratori sono quantitativamente insufficienti

Di fronte a una perdita naturale che supererà le 500mila persone all’anno, quanti nuovi residenti arrivano dall’estero?

Secondo lo scenario mediano dell’Istat, il saldo migratorio con l’estero – ovvero la differenza tra chi si stabilisce in Italia e chi decide di andarsene – rimarrà positivo per tutti i prossimi cinquantacinque anni. Tuttavia, i flussi netti in ingresso sono destinati a contrarsi nel medio termine, risultando ampiamente insufficienti a coprire il vuoto naturale.

Nel 2025, l’Italia ha registrato un saldo migratorio netto di circa +296mila persone (432mila ingressi contro 144mila uscite). Questo è l’unico momento in cui il flusso migratorio compensa quasi esattamente il deficit naturale di 296mila unità.

Già nel 2030, il saldo migratorio scenderà a +247mila persone, a fronte di un deficit naturale salito a -353mila. Perdiamo, al netto, oltre 100mila residenti all’anno. Entro il 2050, il saldo migratorio scenderà al suo punto minimo, fermandosi a +204mila persone (372mila ingressi e 169mila uscite). Nello stesso anno, il deficit naturale supererà ampiamente le 500mila unità.

La matematica non mente: a metà secolo, l’apporto migratorio netto non riuscirà a coprire nemmeno la metà delle perdite naturali del Paese.

L’espatrio continuo frena i benefici degli ingressi

Un altro tassello fondamentale del puzzle è l’emigrazione. L’Italia non è solo una destinazione di arrivo, ma continua a essere un Paese da cui si parte in massa.

Le proiezioni dell’Istat indicano che il flusso di residenti che decide di trasferirsi all’estero rimarrà stabilmente elevato per tutto l’orizzonte previsivo: si stimano 144mila espatriati nel 2025, che saliranno a 176mila nel 2030 e si manterranno a 169mila nel 2050. Questa costante uscita di residenti – in gran parte giovani e in età produttiva – agisce come un drenaggio continuo che riduce l’impatto reale dei flussi migratori in ingresso sulla consistenza della popolazione complessiva.

La trappola generazionale colpisce anche i nuovi arrivati

Esiste poi un limite biologico che smonta l’idea che la fecondità degli immigrati possa risolvere la denatalità sul lungo periodo: la contrazione delle generazioni in età fertile.

Il calo delle nascite non è solo una questione di quanti figli si scelga di avere, ma di quante persone sono effettivamente in grado di averne. Proprio come per la popolazione italiana di origine – dove la denatalità di oggi è anche la diretta conseguenza dei pochi nati di trent’anni fa – si innesca un processo cumulativo che riduce progressivamente la base riproduttiva complessiva.

La riduzione delle generazioni in età fertile è un fenomeno talmente radicato che, anche ipotizzando un recupero del tasso di fecondità, il numero totale di nati in Italia continuerà a scendere, passando dalle attuali 355mila medie annue a 335mila nel 2050, fino a contrarsi a 281mila nel 2080.

Le conseguenze concrete sulla forza lavoro

Questo squilibrio strutturale non è una semplice constatazione statistica, ma si tradurrà in una drastica riorganizzazione del mercato del lavoro e del sistema di welfare.

Entro il 2050, la quota di popolazione in età lavorativa (15-64 anni) scenderà dal 63,4% ad appena il 55,3% del totale. In termini assoluti, significa che l’Italia perderà quasi 7 milioni di persone in età lavorativa.

L’Istat stima che una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro (con il tasso di attività femminile previsto in crescita dal 57,8% al 64,2%) e un prolungamento della vita attiva nella fascia d’età 65-74 anni aiuteranno ad attutire il colpo, ma non a risolverlo. Il risultato finale sarà comunque una perdita netta di circa 3,4 milioni di lavoratori attivi entro il 2050.

Una forza lavoro così ridotta dovrà farsi carico di una società in cui più di un italiano su tre (il 34,5%) avrà più di 65 anni, ponendo interrogativi enormi sulla sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario nazionale.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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