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Nel 2026 4,5 milioni di bambine rischiano le mutilazioni genitali (16mila sono in Italia)

Il 2026 mette le mutilazioni genitali femminili davanti a un bivio operativo: l’obiettivo 2030 resta scritto nelle agende, ma la partita si gioca nei bilanci, nei servizi e nella capacità di intercettare il rischio prima che diventi un referto. “Solo nel 2026, circa 4,5 milioni di ragazze, molte delle quali di età inferiore ai cinque anni, rischiano di subire mutilazioni genitali femminili (FGM). Attualmente, oltre 230 milioni di ragazze e donne convivono con le conseguenze di questa pratica per tutta la vita”, scrivono Unicef, Oms, Unesco, Unfpa, Un Women e Alto Commissariato Onu per i diritti umani nella dichiarazione congiunta per la Giornata della tolleranza zero.

Non è un tema “altrove”: l’Europa, per densità migratoria e sistemi sanitari, è un terreno in cui prevenzione e presa in carico dovrebbero essere misurabili, standardizzate, verificabili. In Italia le stime più recenti indicano circa 88.500 donne e ragazze sopra i 15 anni già sottoposte a mutilazione e circa 16.000 bambine potenzialmente a rischio, 9.000 nate in Italia. Il problema, per amministrazioni e servizi, è dove la filiera si interrompe: nel passaggio tra formazione degli operatori, canali di emersione, protezione delle minori e percorsi per chi ha già subìto la pratica.

Il quadro globale

Il dato “oltre 230 milioni” non descrive un’improvvisa espansione della pratica, ma un aumento del perimetro statistico e della popolazione esposta. L’aggiornamento 2024 di UNICEF quantifica un incremento del 15% rispetto alle stime diffuse otto anni prima: pesano nuove evidenze e una crescita demografica che, nei Paesi dove le MGF sono radicate, amplia ogni anno il bacino di bambine potenzialmente colpite. La distribuzione resta concentrata ma non confinata: oltre 144 milioni di donne e ragazze interessate in Africa, oltre 80 milioni in Asia e oltre 6 milioni in Medio Oriente.

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La dichiarazione congiunta delle agenzie Onu non presenta la sfida come una somma di casi, ma come un equilibrio instabile tra risultati ottenuti e fattori che possono invertire la traiettoria. Negli ultimi decenni la quota di popolazione favorevole all’eliminazione è aumentata nei Paesi dove la pratica è diffusa e l’accelerazione dell’ultimo decennio viene descritta come decisiva: una parte rilevante dei progressi dal 1990 si concentra negli anni più recenti, con riduzione della frequenza tra le più giovani. Sul tavolo, però, c’è un dato sanitario che pesa anche sul piano finanziario: costi di trattamento stimati in circa 1,4 miliardi di dollari l’anno. Da qui l’insistenza su interventi di prevenzione e cambiamento comunitario, accompagnati da un argomento economico esplicito: il ritorno dell’investimento viene indicato come multiplo rispetto alla spesa. Il punto più problematico, nelle righe Onu, non è la mancanza di “strategie”, ma la vulnerabilità dei programmi: tagli a sanità, educazione e protezione dell’infanzia riducono la capacità di prevenire e di garantire servizi alle sopravvissute; in parallelo si rafforza una linea di normalizzazione che tenta di rendere accettabile la pratica se eseguita da operatori sanitari. È una dinamica che sposta il fenomeno su terreni meno osservabili e rende più difficile costruire prove e percorsi di tutela tempestivi.

La risposta Ue

“Le mutilazioni genitali femminili rappresentano una grave violazione dei diritti umani. Sono uno strumento di controllo e oppressione inflitto a donne e ragazze. Non esiste alcuna giustificazione medica, culturale o etica per esse. Devono essere eradicate”. La frase, nella dichiarazione congiunta firmata da Kaja Kallas, Roxana Minzatu e Hadja Lahbib, colloca l’Europa su un terreno operativo: diritto penale, prevenzione, servizi, dati. La direttiva UE del 2024 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica inserisce le MGF tra i reati che gli Stati membri devono sanzionare in modo esplicito, punendo sia l’atto materiale – escissione, infibulazione o altre mutilazioni dei genitali esterni – sia il costringere o indurre una donna, ragazza o bambina a subirlo. La Commissione indica una scadenza di recepimento fissata al 14 giugno 2027: un orizzonte che, in concreto, delimita la finestra in cui gli Stati devono tradurre l’obbligo penale in procedure, formazione e coordinamento interistituzionale

Sulla dimensione dei numeri, l’Europa resta in un regime di stime e intervalli. L’European Institute for Gender Equality segnala che la raccolta dati è disomogenea e che gli archivi amministrativi non sono usati in modo sistematico; su quella base, per 13 Stati membri stima un intervallo di ragazze a rischio tra 53.878 e 93.042 nel periodo 2011-2019. Nel frattempo, la vulnerabilità prende forma nei movimenti oltre confine. Nel 2024, l’Ufficio Onu per i diritti umani ha richiamato la natura clandestina delle MGF transfrontaliere e ha messo a fuoco la “vacation cutting”: famiglie residenti in Europa o Nord America che portano le figlie nei Paesi d’origine durante le vacanze scolastiche per eludere divieti e controlli. Nello stesso quadro, l’Onu a Ginevra riporta che più di 600.000 donne nell’Unione europea sono ritenute vivere con le conseguenze delle MGF. La dimensione transnazionale sposta il baricentro delle politiche: non basta la criminalizzazione nazionale, servono canali di protezione prima della partenza e al rientro, oltre a coordinamento tra scuola, servizi sociali e sanità.

Italia, vent’anni dopo la legge 7/2006

Vent’anni dopo l’approvazione della legge 7/2006, la distanza tra cornice normativa e risposta pubblica si vede nei meccanismi, non nelle dichiarazioni: fondi stanziati, strumenti attivati, ma poca possibilità di capire cosa abbia funzionato e dove. L’analisi di ActionAid descrive una filiera che fatica a diventare politica misurabile: 14,6 milioni assegnati al Dipartimento per le Pari Opportunità tra 2011 e 2025, con oltre 9,1 milioni non utilizzati; oltre 18,3 milioni trasferiti dal Ministero della Salute alle Regioni tra 2005 e 2025 per prevenzione, formazione e assistenza, senza dati completi su interventi e risultati. L’esempio più concreto è il numero verde nazionale contro le MGF (800.300558), attivo dal 2009: 228 telefonate in sedici anni, nessuna chiamata nel triennio 2017–2019, nove segnalazioni riconducibili a casi, a fronte di quasi 5 milioni allocati per il funzionamento e oltre 3,6 milioni non spesi, senza trasparenza sugli esiti delle segnalazioni o sui percorsi di protezione attivati. Nello stesso documento, la lettura di ActionAid converge su un punto di metodo: senza indicatori non si valuta, e senza valutazione il finanziamento resta contabilità. Sul terreno sanitario e sociale la conseguenza è una risposta discontinua: “gli interventi sono frammentati, le attività di prevenzione sporadiche”. La proposta di integrare l’800 nel 1522 viene presentata come scelta di coerenza con il sistema nazionale antiviolenza, cioè un tentativo di spostare l’emersione dentro un canale già riconosciuto e più utilizzato.

Secondo le stime elaborate dall’Università di Milano-Bicocca e richiamate da ActionAid, al 1° gennaio 2023 in Italia sono presenti circa 88.500 donne e ragazze sopra i 15 anni che hanno già subito una mutilazione genitale femminile; le bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio sono circa 16.000, 9.000 delle quali nate nel Paese. “In Italia la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e la protezione delle donne e delle bambine che le hanno subite non fanno ancora parte di un sistema strutturato e coordinato. Gli interventi sono frammentati, le attività di prevenzione sporadiche e l’emersione dei casi avviene spesso in modo casuale…”, dichiara Isabella Orfano per ActionAid.

Se la prevenzione è anche capacità di riconoscere il fenomeno, il livello di conoscenza dell’opinione pubblica italiana è una variabile non marginale. Un’indagine Ipsos per Amref colloca al 7% la quota di chi si dichiara “molto informato” (11% tra Gen Z) e segnala un’area ampia di incertezza: il 38% non sa se in Italia vivano donne o ragazze che hanno subìto MGF. Quando la domanda si fa quantitativa, la distorsione diventa più netta: solo il 2% indica correttamente l’ordine di grandezza (80-100 mila), mentre il 67% tende a sottostimare e il 41% immagina non più di 5.000 casi. Nello stesso comunicato, Amref lega la percezione scarsa a una priorità dichiarata molto alta (l’87% ritiene importante affrontare il tema) e a un ventaglio di strumenti indicati dagli intervistati: protezione delle minori e prevenzione in famiglia, programmi scolastici di salute sessuale, tutela delle donne che hanno subìto MGF, comunicazione mirata e multilingue. È qui che l’informazione diventa infrastruttura: se la maggioranza riduce il fenomeno a una dimensione “piccola”, la pressione per servizi dedicati, formazione sistematica e protocolli può restare bassa, e i casi continuano a emergere tardi e in modo episodico.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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