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Punti nascita sotto pressione: soglie ferme e calo delle nascite mettono in crisi la rete

I punti nascita in Italia sono sempre più a rischio chiusura. Non per un’emergenza improvvisa, ma per effetto di un logoramento progressivo che incrocia demografia, regole e organizzazione sanitaria. Le nascite calano, le soglie restano ferme, e quello che fino a pochi anni fa era un parametro tecnico oggi diventa una linea di faglia politica. In molte aree del Paese il confine tra presidio attivo e struttura da accorpare si gioca su poche decine di parti l’anno, con conseguenze che vanno ben oltre il perimetro ospedaliero.

La questione non riguarda più solo le realtà marginali o geograficamente isolate. Il calo strutturale della natalità sta spingendo sotto i livelli minimi anche presidi inseriti in reti sanitarie consolidate, mettendo in tensione un impianto normativo costruito per un’Italia diversa. È in questo scarto, tra numeri che cambiano e regole che restano, che si concentra oggi il destino di una parte rilevante della rete dei punti nascita, trasformando ogni bilancio annuale in un potenziale atto di riorganizzazione.

Il quadro Paese

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre un terzo dei nati. Il dato non è nuovo, ma il suo impatto sui servizi sta diventando tangibile solo ora. La soglia dei 500 parti annui per i punti nascita di primo livello e quella dei 1.000 per i centri di secondo livello restano il perno della programmazione nazionale, nonostante il contesto demografico sia radicalmente mutato. Il risultato è una rete che fatica a rimanere allineata ai parametri senza sacrificare presìdi territoriali.

Oggi una quota consistente dei punti nascita italiani si colloca stabilmente sotto i 500 parti annui. Non si tratta di eccezioni occasionali, ma di una condizione strutturale che coinvolge decine di strutture lungo tutta la penisola, dal Nord al Sud. Parallelamente cresce la concentrazione dei parti nei grandi hub urbani, che assorbono una quota sempre maggiore della domanda, accentuando gli squilibri tra centri maggiori e aree periferiche.

Il sistema reagisce con aggiustamenti locali, ma senza una revisione nazionale dei parametri. Le Regioni si muovono in ordine sparso, tra piani di riorganizzazione, richieste di deroga e accorpamenti più o meno dichiarati. In questo quadro, il “rischio chiusura” non è più legato a singoli casi critici, ma diventa una condizione diffusa, incorporata nella fisiologia stessa della rete.

Come si decide se un punto nascita resta aperto

La chiusura o il mantenimento di un punto nascita è l’esito di un processo che intreccia numeri, valutazioni tecniche e decisioni centrali, attivato ogni volta che i volumi annuali scendono sotto la soglia. Il primo passaggio è la verifica dei parti effettuati nell’arco dell’anno: superato il limite dei 500 parti per i punti di primo livello, la struttura entra in una fascia di attenzione amministrativa che impone una presa di posizione da parte della Regione. Non si tratta ancora di una dismissione, ma dell’avvio di una procedura che obbliga a motivare la permanenza del presidio all’interno della rete ospedaliera.

A questo punto la Regione può chiedere una deroga al Ministero della Salute, fondata su: caratteristiche orografiche del territorio, tempi di percorrenza verso il punto nascita alternativo più vicino, presenza di aree insulari o montane, dotazioni strutturali e organizzative in grado di garantire livelli di sicurezza adeguati per madri e neonati. La richiesta non si esaurisce in una valutazione geografica, ma chiama in causa l’assetto complessivo del servizio, dalla disponibilità di anestesia alla continuità dell’assistenza ostetrica e neonatologica.

La decisione finale spetta al livello centrale. Le deroghe possono essere concesse, rinnovate oppure respinte, e negli ultimi anni non sono mancati casi in cui strutture sottosoglia sono state avviate all’accorpamento proprio perché non considerate in condizioni di reale disagio territoriale. Questo rende la soglia numerica un fattore di instabilità permanente: ogni bilancio annuale dei parti può riaprire il dossier, trasformando la programmazione sanitaria in un equilibrio esposto alle oscillazioni demografiche e alle scelte nazionali.

Quando un punto nascita diventa “a rischio”

Non esiste oggi un elenco nazionale dei punti nascita da chiudere. Il rischio emerge quindi dai parametri applicati e dalle procedure che si attivano quando i volumi scendono sottosoglia.

  1. Il primo livello riguarda le strutture che si collocano stabilmente sotto i 500 parti annui: qui l’esposizione è immediata e misurabile, perché in assenza di una deroga la permanenza in attività diventa difficilmente sostenibile. Si tratta di presìdi che entrano in modo strutturale nell’area di attenzione del Ministero e che, anno dopo anno, sono chiamati a giustificare la propria collocazione nella rete.
  2. Un secondo livello comprende i punti nascita sottosoglia che non presentano condizioni forti per ottenere la deroga. È il caso dei presìdi situati in aree ben collegate, con tempi di percorrenza contenuti verso strutture alternative e senza elementi di isolamento territoriale. In questi contesti il parametro numerico assume un peso decisivo e l’ipotesi di accorpamento o dismissione diventa una possibilità concreta, indipendentemente dalla qualità percepita del servizio.
  3. Esiste infine una fascia più ampia, meno visibile ma in crescita, che riguarda i punti nascita collocati tra i 500 e i 1.000 parti annui. In territori interessati da un ulteriore calo demografico, anche variazioni limitate dei volumi possono far scattare il passaggio sottosoglia e aprire un nuovo fronte amministrativo. È su questo margine che la rete appare più vulnerabile, perché il rischio non è legato a una crisi contingente ma alla traiettoria demografica di medio periodo.

Il caso Toscana

La Toscana è una delle Regioni che ha deciso di portare il tema allo scoperto. Qui il calo delle nascite ha già spinto diversi punti nascita sotto la soglia dei 500 parti annui, rendendo evidente la fragilità dell’attuale impianto regolatorio. Su ventidue strutture attive, tre operano da tempo in regime di deroga ministeriale: Portoferraio, Barga e Borgo San Lorenzo. In questi casi ha prevalso il criterio dell’isolamento territoriale e della distanza dai grandi ospedali.

Nel 2025 altri tre presìdi sono scesi sottosoglia: Poggibonsi, Montepulciano e Montevarchi. A questi si aggiunge Cecina, che resta sopra il limite ma si avvicina progressivamente alla soglia critica. È in questo contesto che il presidente della Regione, Eugenio Giani, ha lanciato un appello al Governo, mettendo in discussione l’attualità dei parametri nazionali. “In diverse realtà ospedaliere della Toscana siamo già sotto i cinquecento parti l’anno”, ha dichiarato, collegando il tema alla tenuta complessiva dei servizi territoriali.

L’assessora regionale al diritto alla salute e alle politiche sociali, Monia Monni, ha chiarito che la Regione continuerà a chiedere deroghe, ma ha sottolineato il limite di questa strategia: “È il governo e il ministero che alla fine decide”. Da qui la proposta politica: abbassare la soglia minima a 400 parti annui per i punti nascita di primo livello e a 800 per quelli di secondo livello. Non una difesa caso per caso, ma una revisione strutturale dei parametri, coerente con l’andamento demografico attuale.

La posizione della Toscana è sostenuta anche dagli enti locali. La sindaca di Poggibonsi e presidente di Anci Toscana, Susanna Cenni, insieme al sindaco di Sovicille Giuseppe Gugliotti, ha richiamato il rischio di una riduzione dei servizi che renderebbe più complesso vivere e lavorare in territori già esposti a spopolamento. Il tema non è solo sanitario, ma riguarda l’equilibrio complessivo tra popolazione, infrastrutture e accesso ai diritti.

Sul piano operativo, i dati dell’Asl Toscana Centro mostrano una rete che mantiene volumi assistenziali complessivamente stabili, pur in un contesto di flessione delle nascite. Nel 2025 i sei punti nascita aziendali hanno registrato 6.177 nati, con una distribuzione equilibrata per genere e una quota di nati stranieri sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente. Alcuni presìdi crescono, altri calano, ma l’assetto complessivo regge grazie a una differenziazione dei ruoli e delle specializzazioni.

È proprio questo scarto tra la tenuta operativa delle strutture e la rigidità dei parametri numerici a rendere il caso toscano emblematico. La Regione non contesta il principio della sicurezza legata ai volumi, ma chiede che i numeri vengano ricalibrati su una realtà demografica che non consente più di raggiungere le soglie di dieci anni fa senza concentrare ulteriormente i servizi. Una richiesta che, al di là dei confini regionali, interroga l’intero sistema sanitario nazionale.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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