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Ricostruire per chi? Amatrice, dieci anni dopo: tra ‘restanza’ e ‘tornanza’

Ad Amatrice, dieci anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016, quasi otto interventi pubblici su dieci non hanno ancora aperto il cantiere. Su 172 opere programmate, 136 risultano ancora nelle fasi amministrative, progettuali o di affidamento, secondo l’analisi di ActionAid, mentre 22 interventi risultano conclusi o collaudati e 13 hanno i lavori in corso. Intanto il paese torna lentamente a prendere forma: Corso Umberto I è stato riaperto, il nuovo ospedale avanza, il municipio dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno, mentre gru, impalcature e cantieri continuano a segnare il centro storico e le frazioni.

Il problema, però, non riguarda più soltanto quanto tempo servirà per completare la ricostruzione, ma chi vivrà ad Amatrice quando le case, le strade, le scuole e i servizi saranno tornati al loro posto. Il terremoto ha impiegato pochi secondi a cancellare interi pezzi di città, mentre la ricostruzione attraverserà verosimilmente almeno due decenni se sarà rispettato il termine di confronto indicato dal commissario straordinario Guido Castelli, che punta a eguagliare i 19 anni necessari per completare la ricostruzione del Friuli dopo il sisma del 1976.

Diciannove o vent’anni sono abbastanza perché un ragazzo diventi adulto, una famiglia trasferita altrove trovi un nuovo equilibrio, un lavoro temporaneo diventi definitivo e una sistemazione pensata per pochi mesi si trasformi in una nuova normalità. È su questa distanza tra il tempo dei cantieri e quello delle persone che si misura oggi una parte decisiva della fragilità demografica dei territori colpiti.

“Venti anni complessivi rappresentano un salto generazionale”, osserva Alessandro Panci, presidente del Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, secondo cui il rischio è arrivare alla fine del processo con edifici sicuri e centri storici recuperati, ma senza una comunità sufficiente ad abitarli. La domanda, dieci anni dopo, non riguarda quindi soltanto quanto manca alla ricostruzione, ma per chi si sta ricostruendo e quali condizioni possano rendere ancora possibile scegliere questi territori come luoghi in cui vivere.

Amatrice rende questo interrogativo particolarmente concreto perché il sisma non colpì un territorio demograficamente solido. Già prima del 2016 il comune aveva una popolazione anziana e una base giovanile ridotta: secondo l’Istat, nel 2015 gli over 65 rappresentavano circa il 32% dei residenti, mentre i giovani sotto i 15 anni erano meno del 10% e l’indice di vecchiaia superava quota 330, cioè più di tre anziani per ogni ragazzo.

Il terremoto si è innestato quindi su una dinamica di spopolamento iniziata molto prima delle 3.36 del 24 agosto 2016. Nei tre anni successivi al sisma i 138 comuni del cratere hanno perso complessivamente circa 20 mila residenti, pari al 3,4% della popolazione, e tra i territori in cui il calo è stato più marcato figuravano proprio Amatrice e Accumoli.

Quando “avviato” non significa cantiere aperto

A dieci anni dal sisma, persino stabilire quanta parte della ricostruzione pubblica sia effettivamente partita non è semplice, perché gli stessi numeri vengono letti secondo criteri differenti. Gli interventi programmati nell’intero cratere sono 3.667, per un valore superiore a 4,85 miliardi di euro, ma cambia il modo in cui viene definita un’opera “avviata”.

Secondo il rapporto di ActionAid “Dieci anni dopo: i dati raccontano”, il 66,3% degli interventi pubblici è ancora prima dell’apertura del cantiere, mentre il 33,6% ha raggiunto la fase esecutiva o conclusiva. Nei 44 comuni più colpiti, su 1.544 opere programmate per circa 2,1 miliardi di euro, 1.031 non sarebbero ancora entrate nella fase dei lavori e solo il 18,4% sarebbe arrivato a fine lavori o collaudo. I dati, ottenuti attraverso un accesso agli atti, hanno però aperto un confronto con la struttura commissariale, che contesta la lettura del report. Il nodo è soprattutto nel criterio utilizzato: ActionAid considera decisiva l’apertura effettiva del cantiere, mentre la struttura guidata da Guido Castelli adotta una definizione più ampia di opera “avviata”, che comprende anche le fasi amministrative e progettuali.

Nel bilancio del decennale, la struttura commissariale sostiene infatti che il 98% delle opere pubbliche sia ormai “sbloccato e avviato”, mentre lavori in corso e interventi conclusi rappresentano circa il 40% della programmazione. Per chi vive nei territori colpiti, però, la differenza non è solo metodologica: una scuola, un ambulatorio, una strada o un municipio incidono sulla vita quotidiana solo quando tornano davvero disponibili.

“Una scuola non ricostruita può incidere sulla scelta di una famiglia di restare in un territorio; un municipio non riaperto indebolisce i servizi di prossimità; una struttura sanitaria non disponibile può rendere più fragile la permanenza di persone anziane e vulnerabili”, spiega Patrizia Caruso, responsabile dell’Unità resilienza di ActionAid Italia. È qui che i ritardi delle opere pubbliche smettono di essere un problema soltanto amministrativo, perché la presenza o l’assenza dei servizi incide direttamente sulla decisione di restare, tornare o trasferirsi altrove.

Ad Amatrice il tema è evidente. Secondo ActionAid, dei 172 interventi programmati per quasi 251 milioni di euro, 136 sono ancora nelle fasi precedenti all’avvio dei lavori; ad Accumoli la quota è del 74,4%, mentre Arquata del Tronto presenta un avanzamento maggiore, con 29 interventi su 49 ancora prima del cantiere ma dodici opere già partite che assorbono quasi il 60% delle risorse programmate, soprattutto per effetto del maxi intervento sul centro storico.

‘Restanza’ e ‘tornanza’: la sfida dopo le case

Sul fronte della ricostruzione privata, negli ultimi anni l’accelerazione è stata più evidente. Le richieste di contributo presentate nel cratere sono 36.149, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro; i contributi concessi ammontano a 12,59 miliardi, mentre oltre 8 miliardi sono già stati liquidati. I cantieri autorizzati sono 23.361 e quelli conclusi 14.968.

Negli ultimi tre anni, secondo il commissario Castelli, quasi 5.500 nuclei familiari sono rientrati nelle proprie abitazioni. Restano però 8.759 nuclei ancora assistiti, quasi il 40% in meno rispetto al 2022, e più di 2.200 famiglie vivono tuttora nelle Soluzioni abitative di emergenza, le Sae, nate come risposta temporanea al terremoto e diventate per molti una sistemazione durata un decennio. L’obiettivo indicato dal commissario è ridurre a circa 3 mila entro la fine del 2029 i nuclei ancora fuori casa.

I numeri dei rientri raccontano solo una parte di quello che è accaduto in questi dieci anni. Stefano Rosolino aveva 16 anni quando il terremoto distrusse Amatrice; oggi ha deciso di legare il proprio futuro a quel territorio, nonostante le difficoltà. “Sono nato qui e ho deciso di rilevare l’azienda agricola di mio nonno”, ha raccontato all’Adnkronos, spiegando però che i ritardi e gli intoppi della ricostruzione continuano a pesare sulle prospettive di crescita dell’attività.

Per Francesco e Angela Pasquini il terremoto arrivò quando il loro bambino aveva appena un mese. Avrebbero potuto ricominciare altrove, invece sono tornati ad Amatrice e hanno aperto nel nuovo centro commerciale un negozio di vendita, noleggio e riparazione di biciclette. Nel laboratorio di Francesco sono passate anche bici tirate fuori dalle macerie, riparate per restituire ai proprietari qualcosa della vita che avevano prima del sisma. “Non è stata una scelta facile, ma bisogna investire nel futuro”, racconta. Per Angela quel ritorno ha significato affrontare insieme la crescita di un figlio, la costruzione di un’attività e un paese ancora incompleto: “È stato molto impegnativo. Ma siamo tornati”.

Il rientro fisico non coincide automaticamente con il ritorno demografico, perché chi aveva 18 anni nel 2016 oggi ne ha 28 e chi ne aveva 25 ne ha 35; in questo intervallo si terminano gli studi, si entra nel mercato del lavoro, si formano famiglie, si scelgono scuole per i figli, si acquistano o si affittano abitazioni e si consolidano reti di relazioni che rendono sempre più difficile immaginare un ritorno come semplice ripristino della situazione precedente.

La struttura commissariale segnala alcuni elementi in controtendenza. Il tasso di spopolamento nel cratere, secondo Castelli, sarebbe sceso dallo 0,8% allo 0,3%, mentre il saldo migratorio sarebbe tornato positivo dopo anni di perdita di popolazione. Il Rapporto 2026 richiama inoltre una proiezione elaborata dal Cresme per la struttura commissariale, secondo cui gli investimenti di ricostruzione e sviluppo avrebbero già consentito un recupero “potenziale” di oltre 44 mila abitanti rispetto allo scenario demografico più negativo, portando la proiezione al 2044 da 423 mila a 468 mila residenti.

Non si tratta di 44 mila persone tornate nei comuni del cratere, ma della differenza tra due scenari previsionali, uno dei quali incorpora gli effetti attribuiti agli interventi di ricostruzione e sviluppo. Il dato è utile quindi non come misura di un ritorno già avvenuto, ma come indicazione della capacità che gli investimenti potrebbero avere nel modificare la traiettoria demografica dei territori.

Anche il mercato del lavoro offre alcuni segnali di tenuta: nei 138 comuni del cratere il tasso di occupazione è indicato al 66,1% e nel 2025 il 42% delle attivazioni di rapporti di lavoro ha riguardato under 35. Il dato non equivale ad altrettanti nuovi occupati, ma mostra perché la partita demografica non possa essere separata da quella economica: senza opportunità di lavoro, il diritto a restare rimane poco più di un principio.

Ad Amatrice stanno avanzando opere decisive, dal nuovo ospedale al municipio, dalla viabilità agli interventi nel centro storico, mentre la struttura commissariale stima al 40% l’avanzamento complessivo della ricostruzione pubblica e privata e segnala cantieri attivi anche nelle 69 frazioni. In un territorio con una popolazione anziana, però, un ospedale è molto più di un’opera pubblica: è una condizione che può rendere possibile restare. Una scuola pesa sulla scelta di una famiglia con figli, una strada incide sulla possibilità di lavorare fuori comune senza trasferirsi, un negozio, un bar, un presidio sanitario o un ufficio pubblico contribuiscono a definire quella rete di servizi senza la quale la ricostruzione rischia di restituire edifici senza ricostruire una quotidianità.

Il rischio opposto è una rinascita fondata prevalentemente sulle seconde case e sul turismo. Panci mette in guardia dalla “monocultura turistica”, perché un borgo frequentato nei fine settimana o nei mesi estivi può produrre reddito e riportare persone nei centri storici, ma non sostiene gli stessi servizi di una comunità residente durante tutto l’anno e non genera automaticamente quella continuità sociale che tiene in vita negozi, scuole, associazioni e relazioni di vicinato.

È un tema presente anche nelle strategie dei sindaci di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, che guardano al ritorno dei proprietari e agli investimenti come strumenti per consolidare la ripresa. Il nuovo quadro normativo per i tre comuni maggiormente colpiti prevede agevolazioni fiscali e misure per favorire nuove attività, nella convinzione che la ricostruzione materiale debba essere accompagnata da lavoro, imprese e servizi.

La struttura commissariale parla di “restanza” e “tornanza”, termini con cui indica rispettivamente la possibilità per i giovani di rimanere e quella, per chi è partito, di scegliere di rientrare. Il programma Next Appennino, finanziato con 1,78 miliardi del Fondo complementare al Pnrr, è stato costruito proprio per affiancare alla ricostruzione interventi su economia, infrastrutture, servizi e transizione ecologica, nel tentativo di evitare che il recupero edilizio proceda separatamente dalla rigenerazione sociale.

Dieci anni dopo, pensare che la ricostruzione possa semplicemente riportare Amatrice alla vigilia del sisma è poco realistico. Nel frattempo, una parte di chi è partito ha trovato lavoro altrove, ha messo su famiglia, ha iscritto i figli a scuola in un altro comune. Quando l’ultima gru sarà smontata, il vero banco di prova sarà capire se il paese ricostruito saprà offrire abbastanza ragioni per restare, per tornare e, soprattutto, per scegliere Amatrice senza averci mai vissuto prima.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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