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Uccide madre malata di Alzheimer, assolta perché “colpa dello stress per l’assistenza”

La recente sentenza della Corte d’Assise di Arezzo, che ha assolto la sessantasettenne Giuseppina Martin per l’omicidio della madre novantatreenne affetta da Alzheimer, ha squarciato il velo di silenzio su una condizione che riguarda milioni di persone. La donna, che ha soffocato la madre con un foulard nella notte tra l’8 e il 9 marzo 2025, è stata riconosciuta totalmente incapace di intendere e di volere al momento del fatto. Determinanti sono state le perizie psichiatriche che hanno diagnosticato un grave disturbo da stress post-traumatico causato dall’enorme peso dell’assistenza e da un senso di abbandono da parte delle istituzioni.

Il parere dell’esperto: “Uno stress senza tregua”

“La depressione è sicuramente più frequente, ma può essere associata anche a un disturbo di tipo psicotico. E questo può ridurre in maniera significativa la capacità di intendere e di volere”. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è lo psichiatra Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia (Sinpf), già presidente della Società italiana di psichiatria (Sip). Secondo Mencacci, “l’elemento interessante di questo caso è il fatto che venga riconosciuto, per i caregiver che assistono persone con demenza, la possibilità di sviluppare sintomi equiparabili a quelli del disturbo post traumatico da stress. È una chiave di lettura molto recente perché normalmente al grave carico che riguarda i caregiver sono associate più situazioni di depressione o di burnout”.

In questa specifica vicenda, inoltre, “c’è anche il tema del protrarsi di una situazione stressante, vista l’età delle protagoniste, 67 anni la figlia e oltre 90 la madre. Il che significa anche essere ripetutamente esposti, per anni, a episodi di sofferenza con il rischio di affrontare le aggressioni verbali, a volte anche fisiche, da parte di una persona con demenza”.

Insomma, si tratta di un carico “enorme perché non c’è tregua, 24 ore su 24, perché spesso le persone con demenza sono sveglie la notte, hanno comportamenti imprevedibili, si espongono anche a dei rischi e il caregiver deve tutelarli in ogni situazione”, analizza lo psichiatra.

Poi il monito: “È quasi obbligatorio in una società che invecchia come la nostra” trovare delle modalità anche di gestione di queste situazioni che non lascino del tutto soli i caregiver.

Italia 2026, un Paese vecchio che si regge sulle spalle delle donne

Longevità e cura

Il quadro clinico descritto da Mencacci trova riscontro in un’Italia demograficamente sbilanciata, come emerso dal Rapporto Annuale Istat 2026. Il nostro Paese vede oggi il 25,1% della popolazione composto da persone con più di 65 anni. Questa struttura demografica genera una domanda di assistenza imponente: nel 2025, oltre 4,1 milioni di persone risultano occupate nel settore del lavoro di cura, inclusi sanità e istruzione, e di queste circa i tre quarti sono donne.

Tuttavia, gran parte del peso grava sulle reti familiari informali, dove le asimmetrie di genere restano profonde. I dati Istat indicano che, quando entrambi i partner lavorano, il carico del lavoro familiare e di cura ricade sulla donna per il 68,9% a livello nazionale, con una punta del 76,2% nel Mezzogiorno. Un altro dato allarmante riguarda la solitudine di chi cura: nel 2024, i figli unici rappresentano il 16,6% della popolazione adulta, ma solo il 21,2% di essi riesce a condividere il carico di cura dei genitori con altri soggetti, lasciando la stragrande maggioranza a gestire la fragilità in totale autonomia.

La complessità dell’assistenza è aggravata dall’aumento della multimorbilità, che nel 2025 colpisce il 22,8% delle persone. Con famiglie sempre più piccole (la dimensione media è scesa a 2,2 componenti) e un numero crescente di anziani che vivono soli, il sistema di protezione sociale si regge su reti di aiuto che faticano a reggere l’urto del tempo.

Le conseguenze di un impegno totalizzante

Lo stress del caregiver si manifesta con sintomi fisici e psicologici debilitanti. Uno studio britannico, pubblicato nel 2026, ha evidenziato come un impegno di cura totalizzante e prolungato produca gravi manifestazioni fisiche, cognitive e mentali che si autoalimentano nel tempo. Tra le conseguenze fisiche più comuni figurano l’esaurimento estremo, lesioni muscoloscheletriche derivanti dallo sforzo fisico di sollevare il paziente, disturbi del sonno e una significativa perdita di peso dovuta alla tendenza del caregiver a deprioritizzare i propri bisogni vitali.

Sul piano psicologico, lo studio rileva una prevalenza di depressione, ansia cronica e attacchi di panico, spesso accompagnati da un pervasivo senso di colpa e dalla sensazione di “prigionia del ruolo“, in cui chi assiste si sente intrappolato in una responsabilità che non permette pause o malattie. Queste condizioni possono portare al raggiungimento di un “punto di rottura“, in cui lo stress accumulato esplode in manifestazioni di irascibilità o in una totale incapacità di gestire la situazione assistenziale.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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