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“Voglio studiare senza lasciare Filicudi”: bambina di 10 anni scrive alla premier Meloni

Tiziana ha dieci anni e ha chiesto una cosa semplice, che per molti bambini è scontata: continuare a studiare senza dover lasciare il luogo in cui vive. Per questo ha scritto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo di poter avere “le stesse opportunità date agli altri bambini”, perché a Filicudi, nelle Eolie, dove sta per concludere la quinta elementare, il passaggio alla scuola successiva rischia di coincidere con una partenza obbligata dall’isola, dalla casa, dai nonni, dagli amici e dalla madre che lì lavora.

La sua lettera racconta molto più di una difficoltà scolastica individuale, perché porta alla luce il punto in cui il diritto allo studio incrocia geografia e demografia. Nelle isole minori, nei piccoli paesi e nelle aree interne, infatti, l’assenza di una scuola non è mai soltanto un problema organizzativo, ma può diventare una delle prime ragioni per andare via, soprattutto per le famiglie con figli.

A Filicudi non esiste più il corso di preparazione agli esami di scuola secondaria di primo grado e, secondo quanto raccontato dalla bambina nella lettera, alla richiesta di riattivarlo sarebbe stato risposto che non è possibile inviare otto docenti per una sola alunna. Tiziana, però, ricorda che in passato quel percorso era stato garantito con due insegnanti e scrive alla premier: “Anche io, Presidente, non voglio andarmene”. In quella frase c’è il cuore della questione: restare, per chi nasce o cresce nei territori più periferici, non dovrebbe diventare un privilegio.

Una scuola può tenere viva un’isola

Il caso di Filicudi appare piccolo nei numeri: una sola alunna, un corso da riattivare, una richiesta che riguarda una comunità ridotta. Eppure, proprio questa dimensione lo rende emblematico, perché la demografia dei territori fragili non si misura soltanto attraverso le grandi statistiche nazionali, ma anche attraverso quelle soglie minime di servizi che permettono a una comunità di continuare a vivere tutto l’anno.

Scuola, trasporti, sanità e connessioni decidono se un luogo resta abitabile o se diventa progressivamente uno spazio intermittente, frequentato soprattutto d’estate, vissuto a metà e svuotato nelle stagioni ordinarie. Per questo, nelle isole minori, la scuola non è solo un servizio educativo, ma un presidio demografico, sociale e civile, capace di segnare la differenza tra una famiglia che resta e una famiglia costretta a trasferirsi.

Il nodo è che nei territori a bassa densità i numeri bassi non sono soltanto una conseguenza dello spopolamento, ma possono diventarne anche una causa. Se una scuola viene ridotta perché ci sono pochi alunni, l’anno dopo potrebbe essere ancora più difficile per una famiglia scegliere di restare; se per frequentare le medie bisogna lasciare casa a dieci anni, il problema non riguarda soltanto una bambina, ma investe il lavoro della madre, la vita dei nonni, i legami familiari e la possibilità stessa di costruire un futuro sull’isola.

Così la scuola smette di essere solo un capitolo dell’organizzazione scolastica e diventa una vera infrastruttura della permanenza: dove c’è scuola, una famiglia può immaginare di restare; dove la scuola arretra, il messaggio implicito è che prima o poi bisognerà cercare altrove ciò che il territorio non riesce più a garantire.

Come garantire la scuola dove i numeri sono piccoli

La lettera di Tiziana non chiede un trattamento speciale, ma una normalità che altrove non viene messa in discussione: poter proseguire gli studi senza essere costretta a separarsi dal proprio contesto di vita. In un grande centro urbano, cambiare scuola può significare attraversare un quartiere, prendere un autobus o spostarsi di qualche chilometro; su un’isola minore, invece, può voler dire cambiare vita, dipendere dai collegamenti marittimi, affrontare costi e soluzioni organizzative complesse, fino alla possibilità di dover lasciare la famiglia e la casa troppo presto.

Sul caso è intervenuto l’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia. Il direttore generale Filippo Serra ha spiegato che alla bambina sarà assicurato “il percorso educativo e formativo nell’istituzione scolastica più vicina a Filicudi”, con l’obiettivo di garantirle “un idoneo percorso di crescita” e il necessario confronto con i coetanei. Serra ha però aggiunto che l’Usr ha appreso la notizia dagli organi di stampa e che, a oggi, non sarebbe arrivata alcuna comunicazione ufficiale dal sindaco di Lipari, Comune di cui Filicudi fa parte, né una richiesta formale dalla famiglia.

Allo stesso tempo, l’Ufficio scolastico regionale ha lasciato aperta una possibilità, precisando che, nel caso in cui dovessero pervenire istanze in tal senso, sarebbe disponibile a organizzare “in organico di fatto” un percorso scolastico per consentire alla bambina di proseguire gli studi sull’isola in cui risiede.

Non solo Filicudi

La vicenda è arrivata anche sul piano politico. La senatrice M5S Barbara Floridia ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, sostenendo che il caso di Filicudi non sia isolato, ma sia il risultato di politiche di dimensionamento scolastico e accorpamenti che stanno impoverendo i territori fragili. Secondo Floridia, quando all’istruzione si applica una logica “puramente ragionieristica”, il diritto allo studio rischia di diventare un privilegio e vivere nelle isole, nelle aree interne e nelle periferie una penalizzazione.

Al di là della polemica politica, il tema riguarda il modo in cui lo Stato resta presente nei luoghi più difficili da abitare. La scuola pubblica è uno dei primi presidi di cittadinanza e, quando arretra, il segnale non è mai neutro, perché vale per Filicudi ma anche per molti paesi dell’Appennino, per le frazioni montane, per le aree interne del Sud e per i piccoli comuni dove la chiusura di una classe può anticipare la perdita di altri servizi.

In Italia, oltre il 30% della popolazione vive nel 4% dei Comuni

Le isole minori vivono una condizione particolare: sono luoghi fortemente identitari, spesso centrali nell’immaginario turistico del Paese, ma molto più complessi nella vita quotidiana. Abitarle tutto l’anno significa fare i conti con trasporti, costi, stagionalità, servizi ridotti, accesso alla sanità e alla scuola, in una distanza che non si misura soltanto in miglia marine, ma anche nella fatica di trasformare un paesaggio amato dai visitatori in un luogo pienamente vivibile per chi ci nasce, ci lavora e ci cresce i figli.

La lettera di Tiziana rompe questa invisibilità, perché ricorda che le isole non sono solo mete, ma comunità. E una comunità senza bambini non è semplicemente più piccola: è più fragile, più esposta, meno capace di immaginare il domani. Per questo ogni servizio pubblico in questi territori ha un valore che va oltre il numero immediato degli utenti, anche se ha un costo e anche se richiede soluzioni diverse da quelle adottate nei contesti ordinari.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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