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Addio a Sergio Tarquinio, il fumettista maestro del western

(Adnkronos) – Dall’immediato secondo dopoguerra alla metà degli anni ’80 ha attraversato il mondo del fumetto italiano e internazionale prima di dedicarsi esclusivamente alla pittura e all’incisione: è morto all’età di 100 anni Sergio Tarquinio, disegnatore e illustratore tra i protagonisti delle strisce avventurose dei cowboys. Dopo aver disegnato alcune storie di Superman e di Batman per la Mondadori e una lunga saga di pirati per il “Corriere dei piccoli”, entrò nello staff dei disegnatori della “Storia del West” e successivamente in quello di “Ken Parker”, due collane della casa editrice Bonelli. In seguito collaborò con “Il Giornalino”, occupandosi soprattutto di serie western come “Fra due bandiere” e “Nuove frontiere”. L’annuncio della scomparsa, come riporta l’Adnkronos, è stato dato Sergio Bonelli Editore che lo ricorda come “uno degli autori che hanno davvero fatto la storia del fumetto italiano”.  

Nato a Cremona il 13 ottobre 1925, è stato non solo fumettista, ma anche illustratore, pittore e incisore. Il western è stato il suo genere d’elezione, ma ha saputo portare la sua arte anche lontano dalla frontiera americana. Pur essendo interessato al disegno sin da ragazzo, si diploma Perito Industriale prima di essere arruolato in Marina per combattere gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale. Nel poverissimo immediato dopoguerra rifiuta un impiego all’ufficio tecnico dell’Alfa Romeo, non volendo fare il pendolare tra Cremona e Milano, e lavora inizialmente come pittore per insegne e cartelloni pubblicitari. Su consiglio di un amico realizza qualche tavola di prova di genere western, ed è proprio quello il genere su cui esordisce professionalmente, con due storie per la casa editrice Dea. 

Nei primi anni di carriera modella il suo stile grafico su quello del Frank Robbins di “Johnny Hazard”, e grazie a questo trova un incarico presso l’Editrice Dardo. Subito dopo ottiene però un contratto molto vantaggioso con l’argentina Editorial Abril, trasferendosi così nel 1948 nei sobborghi di Buenos Aires, dove sarà poi raggiunto da colleghi come Hugo Pratt, Mario Faustinelli, Alberto Ongaro e Ivo Pavone. Rientra in Italia nel 1952, anche a causa del clima politico che va delineandosi nel paese sudamericano, e torna a collaborare con l’Editrice Dardo per poi entrare nel florido studio di Rinaldo Dami, che produceva parecchi fumetti per il mercato anglofono. È proprio con Dami che Tarquinio – pur spaziando tra i generi tanto da arrivare a disegnare persino Batman – riesce a dedicarsi in particolar modo al tanto amato western, raccontando, tra le altre, le storie di Toro Seduto, Buffalo Bill e Cavallo Pazzo. 

È un periodo particolarmente intenso, lavorativamente parlando, perché non avendo contratti in esclusiva Tarquinio accetta diversi lavori in contemporanea, trovandosi così obbligato a disegnare a ciclo continuo per rispettare le scadenze. Trova comunque sempre il tempo per dipingere e realizzare incisioni, con l’ambito artistico che lo interessa sempre di più. Nel 1959 Sergio Bonelli gli chiede di lavorare in esclusiva per la sua casa editrice, e Tarquinio lo fa proseguendo un personaggio su cui stava già lavorando per il mercato internazionale, Giubba rossa, per poi proporre le avventure del Giudice Bean che sarà lo stesso Sergio Bonelli/Guido Nolitta a sceneggiare. 

Dopo alcune storie brevi, nel 1966 entra a tutti gli effetti nello staff di Storia del West, di cui disegna 34 episodi, a partire dal quarto fino al termine della serie, avvenuto nel 1981. Tre anni dopo lascia la Bonelli per trasferirsi al “Giornalino”, dove disegna una lunga storia ambientata durante la Guerra di Secessione americana. Si tratta del suo ultimo lavoro in campo fumettistico, perché dopo quarant’anni di attività Tarquinio preferisce dedicarsi esclusivamente alla pittura e all’incisione. Un campo in cui, per sua stessa ammissione, è stato capace di trovare quell’estetica personale che nel fumetto gli è sempre sfuggita, tanto che nel 2013 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.  

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