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Scorta per Mario Sechi dopo una minaccia: “In mezza giornata la mia vita è cambiata”

(Adnkronos) – “Succede. Ma non sai cosa ti sta per succedere”. Così inizia il racconto di Mario Sechi dopo la decisione delle autorità di assegnargli la scorta per una minaccia considerata concreta. Una giornata improvvisa, segnata dalla telefonata del prefetto Claudio Sgaraglia e dalla visita del questore Bruno Megale, che gli comunicano la necessità della protezione. 

“Nel giro di una mezza giornata la mia vita è cambiata. La minaccia. Quella minaccia. Ti telefona il prefetto Claudio Sgaraglia, pensi sia una cosa di routine, una notizia che ha bisogno dell’attenzione del direttore del giornale, un appuntamento istituzionale, ma improvvisamente arriva un colpo di vento gelido che sbatte le imposte: ‘Devo metterti sotto tutela’”, scrive il direttore di ‘Libero’ in un editoriale sullo stesso quotidiano, rilanciato anche su X. 

Sechi ricostruisce i momenti in cui gli è stata comunicata la notizia: “Protesto: ‘Non voglio la scorta, non l’ho mai chiesta, sollecitata, desiderata. Non fa parte del mio stile di vita’. Replica secca: ‘Non puoi decidere tu, è necessario, ora passa da te il questore e ti spiega tutto’. Clic. Cerco di riordinare le idee, trovare una via d’uscita. Bruno Megale, il questore, arriva a casa, è accompagnato dal coordinatore delle scorte, preparo un caffè, insisto con il mio manifesto di libertà: ‘Non posso avere la scorta’”. 

“Il questore è netto: ‘È una minaccia diretta, sulla tua persona’. È andata così. Sono diventato un bersaglio del terrorismo anarchico perché penso e scrivo – osserva Sechi -Quando in quei minuti, nel veloce riassunto delle puntate precedenti che non conoscevo, ho sentito la parola ‘anarco-insurrezionalista’ i miei sensi hanno cominciato a rispondere velocemente, l’algoritmo del cronista ha preso il comando, è stato un attimo collegare il pericolo con l’esplosione che a Roma ha ucciso due anarchici – Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone – mentre fabbricavano una bomba all’interno di un casolare abbandonato nella zona di Capannelle”. 

Appartenevano al ‘gruppo Cospito’ – sottolinea Sechi – Per un cronista quelle parole sono la spia rossa che si accende. Alfredo Cospito è la star in prigione del movimento anarchico, nel 2006 partecipò a un attacco con ordigni davanti alla scuola allievi carabinieri di Fossano, nessuna vittima. Nel 2012 gambizzò l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. È un duro condannato al carcere duro. È la sua figura a ispirare gli anarchici italiani. La mia memoria su questi punti è selettiva, scarta il superfluo e conserva l’essenziale, punta la notizia: ‘È gente pericolosa’, questo ho pensato. Da quell’istante ho smesso di lagnarmi per la mia condizione futura di prigioniero-libero, ho guardato gli occhi di mia moglie e di mia figlia che erano con me e ascoltavano in silenzio, incredule. E mentre il questore mi spiegava cosa sarebbe successo nelle mie giornate da quel momento, la mia mente stava da un’altra parte, con mio figlio che non era ancora rientrato a casa”.  

“Avevo commentato su Libero l’esplosione letale nel ‘Casale del Sellaretto’, è bastato questo per trasformarmi in un nemico della galassia anarchica. Un obiettivo facile da colpire, non ho mai avuto alcuna protezione, ma l’escalation della sicurezza era un dato di fatto: andavo al giornale in metro all’inizio, mi piaceva osservare le persone, parlarci, capire i bisogni degli italiani, è l’abitudine di chi ha fatto la cronaca e ha sempre il taccuino in tasca – prosegue – poi le cose sono cambiate, i mezzi pubblici sono diventati impossibili da prendere senza subire l’assalto di qualcuno che nel migliore dei casi ti insulta e cerca di menarti, così sono passato al taxi e pensavo di aver risolto il problema, di continuare a vivere con i miei orari, la mia agenda imprevedibile, i miei pochi amici tra Milano e Roma”.  

“È tutto svanito di colpo – continua – C’è il mio nome e c’è un disegno. E non è l’invio di un mazzo di amati gelsomini. Mi sveglio prima dell’alba, leggo tutto quello che serve per sapere, scrivo le mie note, alle 8 di solito ho consumato già tre caffè. È sparita del tutto l’invenzione dell’agenda all’ultimo momento, la variazione sul tema per andare a incontrare qualcuno prima della riunione di redazione del mattino. La mia giornata è programmata in anticipo, i miei spostamenti sono monitorati, gli agenti di polizia stanno sempre con me. Sto imparando a farmi guidare, ad affidarmi a loro, a capire come funziona la mente di un uomo addestrato a proteggere il prossimo. Sono persone eccezionali, servitori dello Stato che hanno tutta la mia ammirazione”. 

“Non è solo ‘il nostro lavoro’, come mi rispondono quando mi preoccupo per gli orari che devono condividere con me, per le giornate lunghissime, per le preoccupazioni e le tensioni che respirano, sentono, percepiscono anche nel silenzio, perché sono mie e qualche volta esplodono nelle mie incazzature per questo titolo, questa foto, questo servizio, questo buco che abbiamo preso – aggiunge – No, non è solo il ‘nostro lavoro’, quello dei poliziotti che hanno il compito di difendermi dai fanatici, dai nemici della democrazia che vogliono ammazzarmi, il ‘loro lavoro’ si chiama spirito repubblicano”.  

“Oggi ho chiamato mamma: ‘Scusa, non te l’ho detto prima, non preoccuparti. Sono sotto scorta’. Lei, una donna che ha superato la povertà, partecipato con mio padre e altri milioni di italiani di quella generazione all’avventura della Ricostruzione, mi ha risposto con la sua disarmante saggezza: ‘Lo immaginavo. Fai da bravo’. Per lei sono sempre una piccola canaglia. Non sa che cosa sia il ‘gruppo Cospito’, ma intuisce con precisione i confini del bene e del male, gli istinti assassini che sono confusi nelle idee di tanti che coltivano il campo dell’odio – osserva ancora il direttore di ‘Libero’ – Si comincia con le parole, poi si spara, si piazzano le bombe, si progettano attentati contro i giornalisti”. “Ho studiato il caso di Marco Biagi, ucciso dalle Nuove Brigate Rosse (sempre assassine), so bene che chi scrive è una preda potenziale del terrorismo, un trofeo da esibire nella lotta ideologica – ricorda Sechi – La sera dell’assassinio di Marco Biagi ero al Giornale, ero il capo della redazione romana, una mia fonte mi chiamò: ‘Hanno ucciso un professore a Bologna, si chiama Biagi’. Un brivido, ricordo solo quello. Era il 19 marzo del 2002, Marco Biagi fu ucciso davanti al portone di casa. Era un professore, un esperto di lavoro. Un intellettuale”.  

“Sono trascorsi 24 anni, sono padre, ho consumato le mie primavere nei giornali, il clima là fuori è fetido. La violenza verbale è uno tsunami, ci sono tanti esagitati che promettono grandi imprese criminali, sono i ‘leoni da tastiera’, ma qui siamo dentro un’altra sceneggiatura, lo spartiacque tra la minaccia degli esagitati dei social e l’essere diventato un bersaglio degli anarchici legati al ‘gruppo Cospito’ è nella polvere da sparo – conclude – Eccomi qua, cannibali, avete cambiato la mia vita, ma io continuo a scrivere. Per non perderla”. 

cronaca

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