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Tonali: “Dopo le scommesse una seconda vita, fondamentale lavoro con psicologo”

(Adnkronos) – “Non è esagerato parlare di una prima e di una seconda vita. Il mio stile di vita era negativo. Ero chiuso con tutti e questo mi faceva cambiare comportamento: anche con le persone che mi volevano bene e alle quali volevo bene. Ero così sia al campo di allenamento sia a casa, con amici e familiari. Oggi, per fortuna, sono diverso”. Sandro Tonali ripercorre così, in un’intervista a ‘Repubblica’, il lungo percorso psicologico affrontato per uscire dal tunnel della ludopatia.  “Nei mesi lontano dal campo – ha spiegato il centrocampista del Newcastle e della Nazionale, tornato in campo ad agosto 2024 dopo 10 mesi di squalifica – ho passato tanto tempo con lo psicologo. Il suo lavoro era farmi capire come ci ero caduto. Di solito lo si capisce nel momento in cui si perde qualcosa: famiglia, lavoro, stipendio. Invece nel mio caso la disponibilità economica non mi ha fatto accorgere della serietà della cosa. È stato un lavoro di recupero difficile. Non potevo prendere farmaci specifici, perché col 95% di quelli sarei risultato positivo all’antidoping, così è stato tutto un percorso mentale: durato mesi, con psicologo e psichiatra”.  L’ex calciatore del Milan ha parlato in seguito dell’importante lavoro psicologico per superare una dipendenza del genere: “Quando ho avuto la consapevolezza che le scommesse erano diventate una dipendenza? Credo in realtà di non averla mai avuta. Quando una persona si ritrova in una situazione del genere, è difficile chiederle se è malata. Ti dirà sempre di no. Anche se sente che non è così. Non può pensare di avere quel problema, quindi tende a nasconderlo”. Tonali ha aggiunto: “Nei mesi lontano dal campo ho passato tanto tempo con lo psicologo. Il suo lavoro era farmi capire come ci ero caduto. Di solito lo si capisce nel momento in cui si perde qualcosa: famiglia, lavoro, stipendio. Invece nel mio caso la disponibilità economica non mi ha fatto accorgere della serietà della cosa. È stato un lavoro di recupero difficile. Non potevo prendere farmaci specifici, perché col 95% di quelli sarei risultato positivo all’antidoping, così è stato tutto un percorso mentale: durato mesi, con psicologo e psichiatra”. Un altro punto importante dell’intervista tocca l’utilizzo del cellulare: “Nell’ultimo anno non l’ho avuto per 6 mesi. Certo ho provato un senso di libertà: la sensazione di essere a posto anche senza. Prima non potevo fare da stanza a stanza, oggi lo prendo quando esco di casa e lo lascio rientrando. Lo riprendo solo se mi chiamano mamma, papà o qualche mio familiare. E coi social il rapporto è minimo”.  —sportwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

© Riproduzione riservata

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