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Libertà educativa, il diritto di scegliere e le condizioni dell’accesso

Con suor Anna Monia Alfieri, una riflessione sul diritto alla libertà di scelta educativa, tra costi, accessibilità e ruolo delle scuole paritarie nell’istruzione pubblica, statale e paritaria

La libertà educativa è una di quelle espressioni che sembrano appartenere, anzitutto, al linguaggio dei principi: essa richiama, infatti, il diritto delle famiglie a orientare il percorso formativo dei figli, il pluralismo dell’offerta e la possibilità che il sistema nazionale di istruzione non sia ricondotto a un solo assetto organizzativo, quello rappresentato dalla sola scuola statale. Per questa ragione, la libertà di scelta educativa non può restare confinata al piano delle affermazioni generali: un principio diventa effettivo solo quando trova strumenti, risorse e assetti capaci di renderlo praticabile.

Alcuni passaggi recenti hanno riportato il tema nel dibattito pubblico. Il buono scuola previsto per il 2026, fino a 1500 euro per studente e legato all’ISEE familiare, ha riaperto la discussione sul sostegno alle famiglie che scelgono la scuola paritaria. Nello stesso tempo, il richiamo al costo medio per studente nella disciplina fiscale delle attività didattiche non commerciali mostra che il confronto non riguarda soltanto i valori, ma anche la misurazione dei costi e la distribuzione delle responsabilità. La singola misura non esaurisce il tema, consente semmai di formulare con maggiore precisione una domanda più ampia: che cosa significa garantire nei fatti ai genitori italiani il loro diritto di scelta educativa all’interno di un sistema scolastico davvero plurale?

È la Costituzione stessa a offrire l’inquadramento del tema: l’articolo 30 riconosce il dovere e il diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli; l’articolo 33 afferma la libertà dell’insegnamento, prevede scuole statali per tutti gli ordini e gradi e riconosce a enti e privati il diritto di istituire scuole e istituti di educazione; l’articolo 34, infine, stabilisce che la scuola è aperta a tutti. Da questo insieme di disposizioni emerge un equilibrio tra responsabilità familiare, ruolo dello Stato, libertà dell’insegnamento e pluralismo educativo.

A oltre cinquant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, la legge 10 marzo 2000, n. 62, sulla parità scolastica, ha istituito il sistema nazionale di istruzione, costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie, private e degli enti locali. La stessa legge riconosce che le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico: l’aggettivo “statale” indica il soggetto gestore, mentre l’aggettivo “pubblico” rinvia al servizio svolto e all’interesse collettivo servito. Su questa distinzione si misura una parte rilevante del dibattito sulla libertà educativa.

La scuola, statale o paritaria, è un’istituzione educativa chiamata a garantire continuità alla propria opera  attraverso personale qualificato, strutture, orari, servizi, continuità didattica, obblighi amministrativi, rapporto con le famiglie e responsabilità verso il territorio. Letta in questi termini, la libertà educativa diviene una questione che richiede l’attenzione della politica, locale e nazionale, proprio perché riguarda un servizio rivolto alla collettività, al cui finanziamento i cittadini contribuiscono attraverso la fiscalità generale e che deve essere accessibile indipendentemente dalle condizioni economiche delle famiglie.

Il passaggio decisivo riguarda la distanza tra riconoscimento formale e accessibilità concreta. Se una famiglia può scegliere solo quando dispone di risorse economiche sufficienti per pagare la retta, dopo aver già contribuito attraverso la fiscalità generale al finanziamento di un servizio del quale non si avvale, la libertà educativa resta vera sul piano giuridico, ma debole sul piano sociale. Il pluralismo dell’offerta non viene negato in astratto; si restringe nelle possibilità effettive di esercizio. È una differenza meno appariscente della contrapposizione tra pubblico e privato, ma forse più rilevante per misurare la qualità di una politica educativa.

La dimensione dei costi rende questa distanza meno astratta. La nota del Ministero dell’Istruzione e del Merito n. 4710 del 9 gennaio 2026, relativa al costo medio per studente per l’anno scolastico 2025/2026, indica per la scuola primaria un valore annuo di 9.004,31 euro. È un dato esemplificativo che offre un ordine di grandezza utile: se il costo medio di uno studente ha queste dimensioni e i contributi pubblici erogati alle scuole paritarie risultano, per ciascun alunno, molto inferiori, la domanda diventa inevitabile: chi sostiene la differenza? La risposta è facilmente intuibile: la differenza viene sostenuta dalle famiglie, dai gestori, dall’organizzazione interna delle scuole, talvolta attraverso rette più elevate, investimenti rinviati o equilibri economici fragili.

Il costo dell’educazione non scompare quando una famiglia sceglie una paritaria: cambia la sua distribuzione. Non basta, dunque, chiedersi quanto costa una scuola; occorre considerare chi è chiamato a sostenerne il costo e con quali effetti sulla possibilità di scegliere. La narrazione comune tende a identificare le scuole paritarie con le scuole dei ricchi. La realtà, tuttavia, è più articolata. Esistono scuole con rette elevate, anche al di sopra del costo medio studente. Esistono, però, anche molte realtà paritarie con rette contenute, in alcuni casi non molto distanti dai costi che le famiglie sostengono comunque per mensa, servizi accessori e organizzazione quotidiana nella scuola statale.

La questione decisiva non risiede nella singola comparazione, che può variare molto da territorio a territorio, ma nel rischio che, se il pluralismo educativo non viene sostenuto con criteri chiari, a resistere siano soprattutto le offerte rivolte alle famiglie con maggiore capacità di spesa, mentre le scuole frequentate dai figli delle famiglie meno abbienti, spesso caratterizzate da rette ben inferiori al costo medio studente, siano progressivamente spinte verso la chiusura.

Il rischio, allora, è quasi rovesciato rispetto alla rappresentazione più abituale. Un sistema che teme di finanziare un privilegio può finire per rendere più probabile proprio la selezione sociale che vorrebbe evitare. La libertà educativa non viene meno nel principio ma si indebolisce nella pratica. Per questo il tema non può essere liquidato come richiesta di risorse per una parte, il tema, al contrario, riguarda il modo in cui una comunità politica decide di rendere effettivo un diritto, distribuendo in modo coerente risorse, responsabilità e possibilità di accesso.

Va inoltre osservato che le scuole paritarie non rappresentano soltanto una scelta privata delle famiglie ma assorbono una parte della domanda educativa, mantengono capacità organizzativa nei territori e alleggeriscono la pressione quantitativa sul sistema statale. I dati ministeriali relativi all’anno scolastico 2023/2024 indicano 11.765 scuole paritarie e 790.460 studenti in Italia. Quando una scuola paritaria chiude, quella domanda educativa non scompare. Si trasferisce altrove: edifici, organici, classi, tempi di accoglienza, programmazione pubblica, continuità del servizio.

Osservata da questo punto di vista, la libertà educativa diventa una questione molto più ampia della sola scuola paritaria, perché coinvolge l’idea stessa di istruzione pubblica: non un apparato uniforme, ma un insieme ordinato di istituzioni che concorrono, con responsabilità diverse, a una funzione comune. Il pubblico non coincide sempre e soltanto con la gestione statale: coincide anche con la funzione svolta, con le regole rispettate, con l’accessibilità garantita e  con la capacità di rispondere a un bisogno collettivo.

Da questa impostazione discende la proposta del costo standard, uno strumento utile solo se chiarisce quali costi considera, quali istituti accredita, quali controlli prevede, quali famiglie intende sostenere e attraverso quale percorso può essere introdotto. La misurazione, nelle politiche pubbliche, non è mai un dettaglio neutrale: orienta priorità, incentivi e distribuzione degli effetti.

Il confronto con suor Anna Monia Alfieri si inserisce in questo spazio. Suor Anna Monia è esperta di organizzazione dei sistemi formativi e voce da anni impegnata sul tema del pluralismo educativo,  per questo è considerata una delle voci più autorevoli nel panorama scolastico, audita spesso in Commissioni al Senato e alla camera dei Deputati. Suor Anna Monia si è distinta per la forza delle ragioni e dei numeri,  per la sua capacità di dialogare con tutte le forze politiche che si sono alternate al governo e che hanno ascoltato come prova la sua collaborazione con ministri di svariate aree politiche: Ministra Giannini, Ministra Fedeli, Ministro Bianchi e oggi il Ministro Valditara. La libertà di scelta educativa e il pluralismo scolastico hanno bisogno della più ampia trasversalità politica, intellettuale e pubblica.

Le sue posizioni sono note: il buono scuola non come privilegio, ma come strumento per rendere effettiva la libertà di scelta; il costo medio studente come parametro fondamentale per ogni ragionamento sulla scuola pubblica; il rischio che, senza sostegno alle famiglie, a resistere saranno solo le scuole paritarie con rette di gran lunga superiori al costo medio studente.

 

Suor Anna Monia Alfieri
Suor Anna Monia Alfieri

Tre domande a Suor Anna Monia Alfieri

  1. Suor Anna Monia, quando si parla di libertà educativa il dibattito scivola spesso nella contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Quale aspetto resta fuori da questa lettura?

La contrapposizione tra pubblico e privato non coglie la struttura del problema. La scuola paritaria riconosciuta svolge una funzione pubblica dentro il sistema nazionale di istruzione. Il tema non è togliere qualcosa alla scuola statale, ma riconoscere che il diritto delle famiglie a scegliere richiede condizioni concrete. Senza queste condizioni, la libertà educativa resta un principio affermato, ma non sempre esercitabile. Il carattere democratico di uno Stato si fonda non solo sul riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini ma anche, cosa parimenti importante, sulla capacità dello Stato stesso di garantire quegli stessi diritti. Riconoscimento e garanzia, dunque. Un diritto di particolare importanza per la democrazia è la libertà di scelta educativa, ossia la possibilità che i genitori possano scegliere liberamente, ossia a costo zero, dopo aver pagato le tasse, la scuola per i propri figli. Si tratta di un diritto fondante la democrazia, in quanto la scuola è stata giustamente considerata il luogo della formazione del pensiero dei cittadini: infatti, se il pensiero deve essere libero e liberamente espresso, il luogo in cui tale pensiero viene elaborato, approfondito, ponderato altrettanto libero deve essere.  Di conseguenza, la nostra Costituzione, fra le più belle al mondo, non poteva non riconoscere tale diritto: così è scritto chiaramente che i genitori devono educare i propri figli e che devono scegliere la scuola che più percepiscono coerente con il proprio indirizzo educativo. Viene altresì affermato che non solo lo Stato può aprire scuole ma che Enti e Privati lo possono fare: l’apertura di queste scuole non deve prevedere spese per lo Stato ma, una volta aperte, lo Stato, per garantire il diritto dei genitori ad educare i figli, deve, per logica conseguenza, prevedere forme di sostegno a tutela dell’esercizio del diritto. A questo obiettivo, però, in Italia non si è mai arrivati. E’ stata anche introdotta una legge, la legge 62/2000, che prevede che la scuola pubblica è articolata in due rami, quello pubblico statale e quello pubblico paritario. Eppure neanche l’introduzione della legge è servita a cambiare le cose. Certamente, grazie a Ministri coraggiosi e lungimiranti come Valeria Fedeli, Patrizio Bianchi e, ora, Giuseppe Valditara, sono stati compiuti passi significativi ma non si è ancora arrivati alla piena garanzia della libertà educativa. Res amara valde. Senza tanti giri di parole, possiamo affermare che è chiaro che la libertà della scuola spaventa chi ha interessi di parte, soprattutto chi vuole che la scuola formi solo le elites socio economiche della nazione e lasci che buona parte dei cittadini si accontenti di una scuola che più che alla conoscenza punta alla competenza. Absit iniuria verbis: non intendo minimamente affermare, poiché non lo penso affatto, che le scuole pubbliche paritarie offrano un servizio migliore rispetto alle scuole pubbliche statali, assolutamente no! Sono assolutamente convinta che la serietà del lavoro della statale potrebbe ulteriormente essere rinforzato da un rapporto diverso con la scuola pubblica paritaria: entrambe libere, entrambe autonome, entrambe liberamente scelte dai genitori, entrambe in grado di fornire proposte educative di valore. A questo occorre puntare, a questo occorre arrivare uscendo dalla ideologia bieca che vuole che i soldi dati alla paritaria siano soldi sottratti alla statale. Non è così: tutto si deve giocare sulla famiglia, sul suo ruolo primario e precipuo di titolare dell’educazione dei figli, sotto lo sguardo garante e controllore dello Stato. Ecco spiegata la proposta del buono scuola: una quota capitaria da assegnare alle famiglie per l’istruzione dei figli, in un’attenta rendicontazione.

  1. Lei richiama spesso il confronto tra costo medio dello studente e contributo pubblico riconosciuto alla paritaria. Che cosa rivela questo confronto sul funzionamento reale del sistema?

Quel confronto mostra che il costo dell’istruzione non scompare quando una famiglia sceglie la paritaria. Viene sostenuto in modo diverso. Lo Stato spende molto meno per quello studente; la differenza ricade sulle famiglie, sui gestori e spesso sulla capacità delle scuole di reggere senza indebitarsi o rinviare investimenti. Per questo il costo standard non è uno slogan: è il tentativo di rendere visibile chi paga davvero il servizio. Il Costo Medio Studente è stata un’intuizione rivoluzionaria, epocale, introdotto nell’ordinamento italiano tramite il Decreto Ministeriale n. 200 del 2012 del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il Ministero dell’Istruzione durante il governo Monti.

La differenza tra il costo medio studente e 1) la retta chiesta dalle scuole paritarie e 2) il costo che rappresenta per lo stato un alunno della scuola statale ci fa comprendere a) lo spreco dei denari pubblici per lo studente della scuola pubblica statale (per il quale lo Stato spende di più a causa dei mille rivoli dell’apparato burocratico, 2) le economie adottate da quelle scuole pubbliche paritarie che, grazie ad una gestione oculata, sino ad ora sono riuscite a mantenere rette inferiori al Costo Medio Studente per non dividere in due la società. Il problema è che, se la situazione non cambia, a breve rimarranno solo le scuole pubbliche statali e le scuole pubbliche paritarie per ricchi: allora sì che la scuola contribuirà alla divisione della società, l’esatto contrario di ciò cui la scuola tutta è chiamata, ossia unire e ricomporre i cittadini per il progresso della società. Come si può comprendere, dunque, sul fronte della scuola occorre intervenire e intervenire con urgenza, perché sia data una reale opportunità di apprendimento a tutti gli studenti, perché sia data una reale opportunità di scelta a tutti i genitori, perché sia data una reale dignità al lavoro di tutti gli insegnanti. Se la Costituzione va rispettata, e lo deve essere, l’intervento sulla scuola deve essere effettuato con coraggio, urgenza e determinazione, a reale presidio della democrazia del nostro Paese.

  1. Le paritarie vengono spesso rappresentate come scuole dei ricchi. La sua posizione, però, sembra quasi rovesciare il problema: senza sostegno pubblico, non rischiano di diventarlo proprio le scuole che oggi cercano di restare accessibili?

Il rischio è esattamente questo. Le scuole con rette molto alte possono reggere perché si rivolgono a famiglie con maggiore capacità di spesa. Le scuole che hanno una vocazione più popolare, invece, se non ricevono un sostegno adeguato, sono costrette ad aumentare le rette o a chiudere. Il buono scuola, nella sua impostazione, dovrebbe servire proprio a evitare che la libertà educativa diventi una possibilità riservata soltanto a chi può permettersela. L’aver guardato sempre con timore e sospetto la possibilità per i genitori di scegliere la scuola per i figli  ha avuto conseguenze nefaste come la chiusura delle scuole paritarie “dei poveri”, quelle che hanno contribuito storicamente a combattere l’analfabetismo,  il rafforzamento di scuole d’élite con rette elevatissime, il fenomeno dei diplomifici, la fatica della scuola statale che legittimamente lamenta le difficoltà gestionali non dovute alla scarsità delle risorse bensì alla mancata “autonomia gestionale ed organizzativa”. Certamente, completare la riforma sull’autonomia scolastica per la scuola statale, come è per la scuola paritaria, è complesso, troppi gli interessi da scardinare, primo fra tutti quello di chi considera la scuola un postificio. Chi veramente desidera abbattere ogni forma di privilegio deve anteporre a tutto il maggiore interesse dello studente e il suo diritto ad apprendere senza alcun condizionamento economico. Questa è la verità. Ecco perché ora dobbiamo affrettare il passo e puntare, anche nella scuola come già avviene da decenni nel campo della sanità, al costo standard di sostenibilità, ossia una quota capitaria da destinare alle famiglie, che hanno pagato le tasse, per l’istruzione dei figli, presso una scuola pubblica, statale o paritaria. E il tutto avrebbe un valore sociale immenso: aumento dei livelli di apprendimento, in linea con gli standard europei, miglioramento della tenuta sociale dei territori economicamente e socialmente più fragili. Allora sì che la scuola statale sarebbe veramente autonoma, quella paritaria veramente libera. Tutto, come si può comprendere, in una perfetta concatenazione di cause e di effetti.

In conclusione

Resta, allora, una questione più ampia, che non riguarda soltanto quante risorse destinare alle paritarie, ma quale disegno di politica pubblica sia necessario perché il pluralismo educativo non resti una formula elegante e diventi possibilità concreta per le famiglie, capacità di tenuta per le scuole e beneficio per l’insieme dell’istruzione pubblica. La libertà educativa, osservata da vicino, non è un tema di parte: è un equilibrio da costruire tra famiglie, istituzioni, territori e risorse disponibili. È dentro questo equilibrio che si misura la distanza tra un principio dichiarato e un diritto effettivamente esercitabile.

“La risposta è semplice – conclude Suor Anna Monia – lo Stato che indossa le vesti di unico gestore del servizio di istruzione è lo stato totalitario, ossia quello che vuole indirizzare le menti dei suoi cittadini più giovani, cittadini adulti del domani. Non è un caso che le Costituzioni dei paesi dell’Est Europa, nati dopo la caduta dei regimi comunisti, abbiano posto, tra i principali diritti da garantire, quello della libertà di educazione e che tale diritto sia stato attuato. Questi paesi hanno capito, facendone diretta e drammatica esperienza, che l’educazione dei giovani è considerata come strumento al servizio del potere, da sempre. Dalla scuola passa, infatti, il rinnovamento della società. Affermare il diritto alla libertà di scelta educativa vuol dire creare le condizioni per la nascita di più realtà educative, più prospettive sulla realtà, vuol dire che le scuole tutte potrebbero elaborare molteplici progetti educativi da proporre a famiglie, docenti e studenti: una simile ricchezza di formazione porterebbe ad un aumento della qualità dell’offerta formativa, frutto anche di un confronto costruttivo tra docenti, studenti e famiglie, reale presidio contro i privilegi.  Tutto sta a capire se desideriamo veramente eliminarli”.

Vincenzo Zarone

© Riproduzione riservata

Vincenzo Zarone è professore associato di Economia aziendale presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa. Si occupa di management pubblico, prevenzione della corruzione, performance e sistemi di controllo. È componente di organismi di vigilanza di società di capitali e già esperto dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC). Vice direttore del Centro interdipartimentale “Diritto e Tecnologie di Frontiera” (DETECT).
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