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Il fondente domina una Pasqua salatissima: i rincari, le strategie dei supermercati e le scelte degli italiani

La festività pasquale del 2026 si preannuncia all’insegna delle rinunce per molti italiani. A causa di rincari senza precedenti, una famiglia su quattro deciderà di non acquistare il tradizionale uovo di cioccolato. A fotografare questa drastica contrazione dei consumi è l’Osservatorio BIG (Business Intelligence Group), che ha evidenziato come il prodotto abbia subito una vera e propria metamorfosi commerciale: rispetto al 2010, il peso medio delle uova è crollato del 32%, mentre il costo al chilo è letteralmente triplicato. Il prezzo è infatti passato da 26 euro agli attuali 80 euro, con picchi che superano i 120 euro al chilo, equiparando di fatto il cioccolato al prezioso caviale di salmone Keta.

Dietro questa impennata, secondo il sociologo Gianni Bientinesi, direttore di BIG, si nasconde una crisi storica della materia prima e una guerra di posizionamento nella grande distribuzione. Tra l’inizio del 2023 e la primavera del 2024, le quotazioni del cacao sono esplose del 456%, superando i 12.220 dollari a tonnellata e battendo persino le performance di materie prime come il rame. Questa tensione globale si riflette in modo caotico sugli scaffali italiani, dove la differenza di prezzo per un prodotto specifico, come le varianti al pistacchio, genera una forbice che va dai 17 ai 122 euro. Inoltre, i supermercati hanno adottato strategie espositive del tutto inedite: in molti casi monitorati, le uova hanno abbandonato il tradizionale reparto dolciumi per “colonizzare” in modo inaspettato gli spazi sovrastanti le corsie di patatine, passate di pomodoro o addirittura i banchi frigo dei latticini.

Nonostante il crollo degli acquisti, l’analisi condotta su un panel di decine di esperti del settore delinea un netto cambiamento nei gusti dei consumatori, segnato dal trionfo del cioccolato fondente, che balza al 67% delle preferenze a discapito di quello al latte (sceso al 29%). Le scelte sono fortemente influenzate dall’età anagrafica. I Baby Boomers guidano il consumo di fondente (68%), prediligendo gli acquisti in pasticceria e associandolo a concetti di artigianalità e sobrietà. Una percezione di qualità condivisa anche dalla Generazione X, mentre la metà dei Millennials lo sceglie soprattutto per l’etica della filiera e lo storytelling del prodotto. In netta controtendenza la Generazione Z, che scende sotto la soglia del 40% per gli acquisti di fondente, confermandosi alla ricerca di sapori inediti, opzioni fusion o dettate dalle tendenze dei social network.

Il primato del fondente porta con sé anche una profonda connotazione sociologica, venendo spesso etichettato come un gusto “snob”. Questa percezione, come emerge dallo studio, ha radici biologiche e culturali ben precise. Se i bambini respingono fisiologicamente i sapori amari, avvertiti dai recettori come potenziali tossine, gli adulti affrontano un percorso di adattamento. Il cervello impara gradualmente ad associare l’amarezza del cacao al rilascio di sostanze benefiche come serotonina ed endorfine. Questa transizione richiede tempo, abitudine e un contesto culturale favorevole: un vero e proprio investimento personale che finisce per trasformare il consumo di cioccolato amaro in un esclusivo marcatore di distinzione sociale.

REDAZIONE

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