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La crisi del “padre di famiglia”: non c’entrano le femministe ma l’economia

Immagina la scena: apri TikTok o Instagram e ti ritrovi nel bel mezzo di una guerra fredda digitale. Da una parte, video di ragazze giovanissime che celebrano la propria totale indipendenza finanziaria; dall’altra, influencer muscolosi della “manosfera” (sì, alla Andrew Tate) che spiegano ai ragazzi che per essere “veri uomini” bisogna dominare, fare soldi facili e rifiutare il mondo moderno. Sotto, una marea di commenti carichi di rabbia e frustrazione.

Ma da dove nasce tutto questo risentimento tra ragazzi e ragazze? È davvero colpa del femminismo che ha “esagerato”, o c’è sotto qualcosa di molto più profondo e invisibile? La risposta non si trova nei meme, ma nei dati. Un’analisi firmata da John Burn-Murdoch, firma del Financial Times (FT), spiega perché questa non è una semplice “guerra culturale” nata sui social, ma una gigantesca scossa di terremoto economica che ha ridisegnato il nostro mondo. Ecco come, secondo il giornalista, la scomparsa del lavoro industriale e l’ascesa della nuova economia hanno messo all’angolo un’intera generazione di giovani uomini.

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Dove sono finiti i lavori di una volta?

Per capire cosa stia succedendo ai giovani uomini che non sono andati all’università, dobbiamo fare un piccolo viaggio nel tempo e usare una metafora molto efficace citata nell’analisi del FT: la divisione del lavoro in “Testa, Mani e Cuore”.

Con “testa”, si intende l’insieme dei lavori nei quali si usa l’intelletto: il mondo degli uffici, della finanza, dei programmatori e dei manager. Questo settore è cresciuto tantissimo, ma ha una barriera all’ingresso insormontabile: richiede spesso una laurea. Chi ha studiato vola; chi si ferma al diploma rimane a terra.

Poi c’è il mondo manifatturiero (“mani”), cioè l’operaio in fabbrica, il lavoro manuale pesante. Fino a qualche decennio fa, in Europa e Nord America, un ragazzo di vent’anni senza laurea poteva entrare in fabbrica, ottenere un lavoro stabile, comprava casa, metteva su famiglia e la manteneva da solo con un unico stipendio. Era il classico “male breadwinner”, il padre di famiglia che porta il pane a casa. Oggi, a causa della globalizzazione e delle macchine, gran parte di questi lavori è semplicemente svanita nel nulla o si è svalutata.

Infine, il lavoro del “cuore”, con cui il FT indica l’universo dell’assistenza sanitaria, dell’educazione, della cura delle persone e dei servizi personali. Questo settore sta letteralmente esplodendo ed è quello che crea più posti di lavoro. Ma c’è un dettaglio fondamentale: questi impieghi sono storicamente occupati in stragrande maggioranza da donne.

Qual è il risultato di questo incastro? La posizione economica delle donne è salita a tutti i livelli (sia laureate che non, grazie all’espansione dei lavori di cura e dei servizi). I maschi laureati hanno tenuto botta, rimanendo in cima alla piramide. Ma gli uomini senza laurea hanno visto il proprio terreno franare sotto i piedi. Per il giornalista economico, sono loro l’unico gruppo sociale che, nell’ultimo trentennio, ha vissuto una mobilità sociale nettamente discendente.

L’illusione della “Manosfera”

Questo divario non è solo una questione di conto in banca; tocca l’identità profonda dei ragazzi. Burn-Murdoch sul FT evidenzia la nascita di un “divario di solidarietà” (solidarity gap). Spesso la politica e i media si chiedono: “Ma perché i ragazzi giovani senza laurea ascoltano certi personaggi tossici su internet, quando ci sono così tanti modelli maschili positivi a cui ispirarsi?” La risposta è che quei “modelli positivi” vivono su un altro pianeta. Sono uomini colti, con lavori d’ufficio ben pagati, che non devono lottare ogni giorno per farsi rispettare o per riuscire a pagare l’affitto e mettere su famiglia. Per un ragazzo che vive in una periferia industriale dismessa, quel modello è pura fantascienza. Non riesce a trovare un lavoro che gli garantisca lo stesso rispetto e “status” sociale che avevano suo padre o suo nonno.

Dall’altro lato della barricata, anche le giovani donne non laureate vivono una situazione complessa. Loro stanno vivendo una mobilità verso l’alto rispetto alle loro madri e nonne (che spesso non lavoravano a tempo pieno). Quando cercano un partner, spiega l’esperto, rimangono deluse nello scoprire che quegli uomini “solidi e protettivi” di una volta, capaci di garantire la stabilità economica, semplicemente non ci sono più.

La rivoluzione silenziosa: i papà del futuro sono già qui

Se la narrativa mainstream dipinge i giovani uomini come una massa arrabbiata e “tossica”, l’analisi del FT ci offre una bellissima notizia: nella vita reale, l’adattamento è già iniziato, ed è un adattamento fatto di amore e cura.

Visto che il mercato del lavoro non garantisce più il vecchio ruolo di “maschio protettore che porta i soldi a casa”, moltissimi giovani uomini stanno riscoprendo l’importanza delle relazioni e della famiglia. I dati mostrano che il tempo che gli uomini dedicano alla cura dei figli e ai lavori domestici è in costante aumento. Il divario tra madri e padri nell’accudimento dei bambini non è mai stato così basso. E non sono solo i laureati a guidare questa rivoluzione: anche i ragazzi con un livello di istruzione inferiore si stanno rivelando padri straordinariamente attivi e partner presenti.

Questo smentisce clamorosamente le caricature fatte sui social: né i guru della “manosfera” che descrivono i giovani uomini come lupi dominanti, né i media che li liquidano come dinosauri maschilisti hanno capito la realtà. La maggior parte dei giovani uomini oggi è semplicemente composta da ragazzi che cercano di fare del loro meglio in un mondo economico che ha cambiato le regole del gioco senza avvisarli.

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“Servono due stipendi solo per pagare l’affitto”

L’editoriale del Financial Times ha scatenato un dibattito accesissimo tra i lettori, raccogliendo centinaia di commenti che offrono uno spaccato incredibilmente reale di questa crisi. E le loro voci confermano che la questione è prima di tutto materiale.

Molti hanno sottolineato che il vero colpevole della fine del modello ad “entrata singola” è l’esplosione dei prezzi delle case. Negli anni ’70 e ’80, le banche hanno iniziato a concedere mutui calcolando la somma dei due stipendi (marito e moglie), facendo letteralmente impennare i prezzi degli immobili. Oggi, una coppia deve lavorare a tempo pieno in due semplicemente per non finire sotto un ponte. Non è una scelta di “emancipazione”, è una questione di sopravvivenza economica.

Altri hanno evidenziato la rivincita dei “lavori manuali”. Diversi lettori fanno notare che la distinzione rigida tra laureati e non laureati a volte dimentica una cosa: i mestieri d’oro. Un elettricista, un idraulico o un carpentiere qualificato oggi possono guadagnare molto più di un laureato bloccato in un ufficio a fare fotocopie. Il problema è che le scuole spingono tutti verso l’università, snobbando i percorsi tecnici.

E, infine, l’ostacolo del “pregiudizio”. Perché i ragazzi non scelgono di fare gli infermieri o i maestri d’asilo tanto quanto le donne? Alcuni lettori confessano che c’è ancora un forte stigma sociale. Spesso sono gli stessi uomini (o padri vecchio stampo) a prendere in giro un ragazzo che sceglie una professione di cura, considerandola “da femmine” o umiliante.

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Come se ne esce? Meno guerre culturali, più politiche reali

Per evitare che un’intera generazione di giovani uomini scivoli nella disperazione e nella radicalizzazione politica, l’esperto consiglia due cose fondamentali:

  1. Sdoganare i lavori di cura per gli uomini: proprio come per decenni abbiamo lottato (giustamente) per fare entrare le donne nei consigli d’amministrazione e nelle facoltà di ingegneria, oggi dobbiamo fare una battaglia culturale e lanciare campagne pubbliche per far sentire i ragazzi i benvenuti nelle scuole d’infanzia e nei servizi sociali.
  2. Riconoscere le loro difficoltà: dobbiamo smettere di dire ai giovani uomini che sono “privilegiati” per il solo fatto di essere maschi. Un ragazzo di vent’anni, senza laurea, che vede solo lavori precari davanti a sé, non ha alcun privilegio. Ha solo bisogno di formazione seria, di scuole tecniche di qualità e di una società che gli dica: “Vali qualcosa anche se non sei un manager in giacca e cravatta”.

La storia ci insegna che gli esseri umani hanno una capacità straordinaria di adattarsi ai cambiamenti. Ma per farlo, dobbiamo smettere di fare il tifo in una guerra tra sessi che non ha vincitori, e iniziare a ricostruire un’economia che non lasci indietro nessuno.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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