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Fondo pensione per i neonati, il piano del governo: come funzionerebbe e quanto potrebbe valere

Un fondo pensione aperto alla nascita, molti anni prima del primo stipendio. Il governo sta lavorando a un nuovo strumento previdenziale per i bambini, alimentato inizialmente dallo Stato e successivamente, su base volontaria, da genitori e familiari.

La proposta è ancora in fase di studio. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha spiegato che il progetto viene esaminato “da tempo con l’Inps” e che il prossimo passaggio sarà il confronto con il ministero dell’Economia, necessario per definirne struttura e sostenibilità finanziaria. Al momento non esistono un testo normativo, un importo stabilito per il contributo pubblico o una data di entrata in vigore.

L’idea parte da un problema destinato a pesare soprattutto sulle generazioni più giovani: costruire una pensione adeguata in un mercato del lavoro dove l’ingresso è spesso più tardivo, le carriere possono essere discontinue e i salari, almeno nelle prime fasi, consentono di accumulare contributi relativamente bassi. La previdenza complementare anticiperebbe così il proprio ingresso nella vita delle persone. Non più con il primo contratto di lavoro, ma dalla nascita.

Dieci euro al mese per 18 anni: quanto possono diventare

Il vantaggio principale non sta necessariamente nell’entità del primo versamento, ma nel tempo durante il quale il capitale può restare investito. Il meccanismo è quello dell’interesse composto: i rendimenti prodotti vengono reinvestiti e iniziano a generare altri rendimenti. Su un orizzonte di cinquanta o sessant’anni anche contributi contenuti possono quindi assumere un peso molto maggiore rispetto alla stessa cifra versata negli ultimi anni della vita lavorativa.

Un esempio serve a capire l’ordine di grandezza. Se su un fondo intestato a un bambino venissero versati 10 euro al mese dalla nascita fino ai 18 anni, i contributi complessivi ammonterebbero a 2.160 euro. Ipotizzando, solo a fini esemplificativi, un rendimento medio nominale del 4% annuo, il capitale sarebbe di circa 3.150 euro a 18 anni. Se da quel momento non venisse aggiunto altro denaro e la somma restasse investita fino ai 67 anni, con lo stesso rendimento medio teorico il montante arriverebbe a circa 21.500 euro.

Non è una previsione di rendimento. Il calcolo non incorpora inflazione, tassazione, commissioni né le oscillazioni dei mercati. Mostra però quanto il tempo incida sul risultato finale. Con un rendimento medio del 3%, lo stesso meccanismo produrrebbe poco più di 12 mila euro a 67 anni; con un 5% medio nominale si supererebbero i 38 mila euro. Su periodi così lunghi, differenze anche limitate nei rendimenti e nei costi producono effetti rilevanti.

È la logica seguita anche dalla Germania. Nell’agosto 2026 il governo federale ha approvato il disegno di legge sulla Frühstartrente, la “pensione che parte presto”, che prevede un contributo pubblico di 10 euro al mese per ogni bambino dai 6 ai 18 anni, destinato a un investimento previdenziale di lungo periodo.

Lo Stato tedesco verserebbe complessivamente 1.440 euro per ciascun beneficiario. Il capitale rimarrebbe investito anche dopo la fine dei contributi pubblici e potrebbe essere alimentato dalla famiglia o, successivamente, dal titolare.

Le simulazioni pubblicate dal ministero delle Finanze tedesco utilizzano un’ipotesi di rendimento medio annuo del 7%. In quello scenario, i 1.440 euro versati dallo Stato potrebbero arrivare a circa 53 mila euro a 65 anni, anche senza ulteriori contributi. Si tratta di valori nominali costruiti su un rendimento elevato e non rappresentano una garanzia sul risultato finale.

Il progetto italiano è ancora troppo preliminare per stabilire se seguirà la stessa struttura. Non è stato chiarito se il contributo dello Stato sarà una tantum o periodico, se accompagnerà il bambino per diversi anni, quale sarà il regime fiscale o a quale età il capitale potrà essere utilizzato.

Il tema si inserisce però in una fase di rafforzamento della previdenza complementare. Dal 1° luglio 2026 sono cambiate le regole per i dipendenti privati di nuova assunzione: chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro ha 60 giorni per decidere se aderire a una forma pensionistica complementare o mantenere il Tfr presso il datore di lavoro. In assenza di una scelta, nei casi previsti scatta l’adesione automatica alla forma collettiva di riferimento. Il fondo alla nascita sposterebbe questo passaggio indietro di circa vent’anni.

Perché le pensioni future rischiano di essere più basse

La proposta arriva in un Paese dove le nuove generazioni sono sempre meno numerose. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, 15 mila in meno rispetto all’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico. Nello stesso anno i decessi sono stati circa 652 mila, quasi 300 mila in più delle nascite. La speranza di vita ha raggiunto 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne.

Il problema previdenziale nasce dall’incrocio tra questi fenomeni. Le generazioni che entreranno nel mercato del lavoro saranno numericamente più piccole, mentre crescerà il peso della popolazione anziana e si allungherà il periodo medio trascorso in pensione.

Il futuro delle pensioni passa dalla demografia: l’allarme degli esperti

Per chi oggi è bambino conta inoltre la struttura stessa del sistema pensionistico italiano. L’importo futuro dipenderà in larga misura dai contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Un ingresso tardivo nel mercato del lavoro, lunghi periodi di inattività o retribuzioni basse riducono il montante contributivo e quindi l’assegno futuro. Il fondo per i nuovi nati cerca di intervenire su un terreno diverso: creare un capitale aggiuntivo indipendente dall’inizio della carriera professionale.

Manca però il dato necessario per capire quanto questa idea possa pesare davvero: quanto verserà lo Stato. Con circa 355 mila nuovi nati all’anno, un contributo pubblico di 100 euro per bambino richiederebbe circa 35,5 milioni di euro per ogni generazione. Con 500 euro il costo salirebbe a circa 177,5 milioni. Mille euro per neonato significherebbero circa 355 milioni di euro.

Se invece il contributo fosse mensile o annuale e proseguisse per diversi anni, l’impegno strutturale aumenterebbe rapidamente. Il confronto con il Mef servirà soprattutto a capire quale spazio finanziario esista per una misura di questo tipo.

Anche la gestione è ancora da definire. Nel dibattito è entrata l’Ania, l’associazione delle imprese assicuratrici, favorevole alla proposta e orientata verso un modello che lasci alle famiglie libertà di scelta tra Inps, fondi pensione e polizze individuali.

Il punto più delicato riguarda i costi. La Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, rileva da anni differenze tra le commissioni applicate dalle diverse forme di previdenza complementare. I fondi negoziali tendono ad avere costi inferiori rispetto ai fondi aperti e ai piani individuali pensionistici assicurativi.

Su un investimento che può durare sessant’anni, la differenza non è marginale. Anche pochi decimi di punto percentuale di costi in più ogni anno riducono il capitale su cui si accumulano i rendimenti successivi.

Chi potrà versare di più avrà una pensione più alta?

La questione più difficile emerge dopo il primo versamento pubblico. Se lo Stato attribuisse la stessa cifra a ogni neonato, tutti partirebbero formalmente con lo stesso capitale. Le differenze potrebbero iniziare subito dopo. Una famiglia con maggiore capacità economica potrebbe aggiungere 50 o 100 euro ogni mese per molti anni. Un’altra potrebbe fermarsi alla sola quota pubblica.

Immaginiamo due bambini che ricevano entrambi 500 euro alla nascita. Per il primo, la famiglia versa anche 50 euro al mese fino ai 18 anni; per il secondo non vengono effettuati altri contributi. Solo i versamenti aggiuntivi del primo ammonterebbero a 10.800 euro, prima ancora di considerare i rendimenti maturati.

Da quel momento entrambe le posizioni potrebbero continuare a crescere per altri quarant’anni o più. L’interesse composto, che rappresenta il principale vantaggio di iniziare presto, amplificherebbe anche la differenza prodotta dalla diversa capacità di risparmio dei genitori.

La struttura degli eventuali incentivi fiscali avrà quindi un peso decisivo. Detrazioni e deduzioni possono favorire i versamenti familiari, ma risultano più facilmente utilizzabili da chi dispone già di reddito e capacità di risparmio.

Il modello tedesco prova a limitare almeno la distanza iniziale attraverso contributi pubblici continuativi durante l’infanzia, anziché con un solo versamento alla nascita. Resta comunque la possibilità per le famiglie di aggiungere altre somme, e quindi di costruire patrimoni diversi.

In Italia la scelta dovrà essere messa in relazione con le altre politiche rivolte ai figli. Asili nido, assegno unico, servizi educativi e sostegni alla conciliazione intervengono mentre il bambino cresce e incidono direttamente sul costo sostenuto dalle famiglie.

Il fondo previdenziale utilizza invece risorse pubbliche per un bisogno che si manifesterà molti decenni dopo. La sua efficacia dipenderà quindi dall’entità del contributo pubblico, dalla durata dei versamenti, dai costi applicati alla gestione e dal peso che verrà lasciato ai contributi volontari delle famiglie.

Sono questi elementi a determinare se il fondo nascerà come una posizione previdenziale realmente significativa per tutti oppure come una base minima destinata a crescere soprattutto per i bambini le cui famiglie potranno continuare ad alimentarla.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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