Le liste d’attesa sono ormai il banco di prova più duro per il Servizio sanitario nazionale. Non misurano soltanto un ritardo. Dentro si addensano carenze di personale, squilibri territoriali, inappropriatezze prescrittive e un ricorso sempre più ampio alla sanità pagata di tasca propria. È qui che si concentrano le fragilità del sistema, dall’invecchiamento della popolazione alla crescita delle cronicità, fino a una rete territoriale incompleta, organici sotto pressione e strumenti di monitoraggio ancora insufficienti. Per il cittadino la sequenza è sempre più lineare: prescrizione, attesa, ricerca di un’alternativa a pagamento oppure rinuncia. In questo scarto tra domanda di cura e capacità di risposta, il Servizio sanitario nazionale perde terreno proprio dove dovrebbe difendere il suo carattere essenziale, l’accesso universale.
Il quadro che emerge dai dati e dagli interventi raccolti da Adnkronos Q&A, in occasione del convegno ‘Salute, prevenzione e risorse: le sfide’, non concede scorciatoie. La pressione politica sul tema è alta, le Regioni hanno iniziato a muoversi, il governo continua a indicare nelle liste d’attesa uno dei banchi di prova più esposti dell’intero sistema sanitario. Ma tra l’annuncio delle misure e i loro effetti concreti resta una distanza che i cittadini continuano a misurare nel modo più diretto, quello dei tempi che si allungano, delle prenotazioni che saltano, della necessità di pagare per ottenere in tempi ragionevoli una visita o un esame.
Cosa dicono (e cosa non dicono) i dati disponibili
Il primo punto, emerso nel confronto promosso da Adnkronos Q&A, riguarda la qualità delle informazioni disponibili. Il decreto-legge 73 del 2024 ha istituito la Piattaforma nazionale per le liste d’attesa, insieme a una serie di interventi che comprendono il rafforzamento dei Cup, il potenziamento dell’offerta assistenziale e nuovi strumenti di verifica. Nelle intenzioni del Ministero, la piattaforma dovrebbe diventare il perno del monitoraggio nazionale, rendendo confrontabili tempi, criticità e modelli organizzativi e offrendo ai cittadini un livello maggiore di trasparenza.
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A quasi un anno dal lancio della versione 1.0 della piattaforma nazionale sulle liste d’attesa “abbiamo soltanto dati aggregati a livello nazionale” ha osservato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Questo significa che “non disponiamo né dei dati regionali, né tantomeno aziendali, né ancor tanto meno divisi per pubblico e privato accreditato”. In assenza di questa articolazione diventa più difficile verificare dove si concentrino le criticità, quali prestazioni registrino gli scostamenti più consistenti e quali segmenti del sistema siano maggiormente sotto pressione.
Cartabellotta ha posto anche una questione di leggibilità. “I dati nella piattaforma sono riportati per mediane e quartili”, ha osservato, con una modalità “già difficilmente comprensibile per gli addetti ai lavori, figuriamoci per i cittadini”. Il rilievo riguarda sia la forma dell’informazione sia il suo uso pubblico. Uno degli obiettivi indicati dal decreto è infatti la consultabilità della piattaforma da parte dei cittadini, ma la restituzione attuale dei dati non consente una lettura immediata dello scarto tra tempi previsti e tempi effettivi. Nel suo intervento, il presidente Gimbe ha indicato anche quale sarebbe il dato più utile da rendere disponibile: “Qual è la percentuale di prestazioni che per la mia classe di priorità viene erogata secondo i tempi massimi?”. È questo, ha spiegato, il passaggio che permetterebbe di capire se una Regione o una singola azienda sanitaria riescano davvero a rispondere al bisogno nei tempi richiesti. Nella forma attuale, invece, la piattaforma non restituisce con chiarezza la parte finale della coda, quella in cui più spesso il cittadino esce dal perimetro del servizio pubblico o rinuncia alla prestazione.
Sul funzionamento del monitoraggio si è soffermato anche Americo Cicchetti, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore Altems, che lo ha definito “uno strumento utile, ma non determinante”. Cicchetti ha precisato che la sua utilità è anzitutto programmatoria: serve alle Regioni per programmare, orientare, correggere e serve ai cittadini per capire, ma resta uno strumento non la soluzione. Cicchetti ha ricordato che la principale barriera alla piena conoscibilità dei dati è ancora nell’intesa da chiudere con le Regioni, pur segnalando che l’accordo tecnico era già in una fase avanzata.
Come incidono personale e organizzazione
Se il monitoraggio resta incompleto, il secondo nodo riguarda la capacità del sistema di reggere la domanda. Nel confronto promosso da Adnkronos Q&A, più interventi hanno riportato il tema delle liste d’attesa su un terreno meno procedurale e più strutturale: organici, modelli organizzativi, rapporto tra ospedale e territorio, tenuta delle professioni sanitarie. Pierino Di Silverio, segretario Anaao Assomed, ha definito le liste d’attesa “naturalmente un sintomo”, aggiungendo che si tratta di “un elemento patognomonico”, cioè del segno specifico di “una malattia conclamata presente ormai da anni”, individuata nel “disinvestimento in sanità”. Nella sua lettura, il problema non riguarda soltanto le risorse economiche, ma anche “un problema di adeguamento legislativo ad un Servizio sanitario nazionale che ha compiuto 48 anni”, mentre nel frattempo sono cambiati “progresso farmacologico, cronicizzazione delle patologie, aumento dell’età media, cambio di demografia, cambio di geopolitica”.
Per Di Silverio un sistema fermo nei suoi assetti fondamentali non riesce più a rispondere in modo adeguato a una popolazione diversa da quella per cui era stato pensato. Per questo ha spostato il ragionamento dal tema della semplice presa in cura a quello della presa in carico, sostenendo la necessità di “sostituire il concetto di presa in cura del paziente, che avviene quando la malattia è conclamata, con il concetto di presa in carico del paziente, che arriva quando ancora la malattia non è conclamata”. In questa impostazione il nodo delle liste d’attesa si lega direttamente alla prevenzione, alla continuità assistenziale e alla possibilità di intervenire prima che il bisogno si trasformi in pressione acuta sul sistema.
Guido Quici, presidente Cimo-Fesmed, ha collocato il problema sul piano della capacità produttiva. Nel suo intervento ha ricordato che la riduzione delle strutture complesse e semplici non produce soltanto un effetto gerarchico, ma incide sulla possibilità concreta di erogare attività. “Non è tanto tagliare il numero dei primari e dei responsabili, ma tagliare le linee produttive”, ha detto. E ancora: “Se io taglio un primario, quella linea produttiva si ridimensiona, quindi un reparto ordinario di degenza ordinaria diventa ambulatorio, se taglio una struttura semplice l’ambulatorio diventa qualcos’altro”. In questo schema la difficoltà non si limita alla carenza di personale in astratto, ma coinvolge il progressivo ridimensionamento dei luoghi e degli assetti in cui le prestazioni vengono effettivamente prodotte.
Quici ha collegato questo quadro anche alla mancata capacità di assorbire professionisti già formati. “Dal 2020 al 2022 sono state raddoppiate le borse di studio”, ha ricordato, ma ha posto una domanda che nel suo intervento resta centrale: “Perché non si assumono gli altri, cardiologi, oculisti, dermatologi? Perché questi sono quelli che fanno l’attività di elezione e sono questi che possono ridurre i tempi di attesa nelle strutture sanitarie”. Il suo ragionamento descrive un sistema che continua a dichiarare scarsità mentre non riesce a tradurre pienamente l’offerta formativa in capacità assistenziale disponibile. Su questo sfondo si collocano anche le condizioni di lavoro: carichi elevati, contratti percepiti come poco attrattivi, margini ridotti di autonomia professionale, rischio di contenzioso, aggressioni nei luoghi di cura. Tutti elementi che, nella lettura di Quici, contribuiscono a rendere meno competitivo il servizio pubblico proprio mentre avrebbe bisogno di rafforzare la propria base professionale.
Il tema infermieristico occupa, in questo quadro, una posizione ancora più delicata. Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi, ha ricordato che la carenza “non è un tema nuovo” e che il sistema convive da decenni con cicli ricorrenti di insufficienza del personale infermieristico. La differenza, ha spiegato, è che oggi questa carenza agisce dentro una sanità più complessa, più integrata e più dipendente dal lavoro di équipe. Per questo la risposta non può limitarsi a misure transitorie. “Non è più pensabile che un professionista da solo possa fare sanità”, ha osservato, perché “il lavoro ormai è un lavoro d’équipe, è un lavoro di squadra, è un lavoro multiprofessionale”. Il punto, quindi, non riguarda soltanto i numeri, ma anche la capacità di valorizzare competenze, ruoli e modelli organizzativi in una rete assistenziale che dovrebbe distribuire meglio i carichi e i percorsi.
Mangiacavalli ha poi riportato il discorso sul territorio e sulle strutture previste dal decreto 77. La casa di comunità, ha detto, “da sola non possiamo dire che risponde alla sanità di prossimità”, perché il tema non è solo aprire un luogo, ma collegarlo a una rete di servizi e professionisti che renda effettiva la presa in carico nei contesti di vita del cittadino. Per questo ha indicato come necessario un assetto in cui la casa di comunità funzioni come hub collegato agli studi dei medici di medicina generale, ai pediatri, agli ambulatori specialistici, alle farmacie dei servizi, alle strutture intermedie e agli strumenti di sanità digitale. In questa cornice, la rete territoriale diventa uno dei passaggi decisivi anche per alleggerire la pressione sulle liste d’attesa, perché sposta una parte del bisogno fuori dai canali che oggi risultano più congestionati.
Perché aumentare l’offerta non basta
Accanto al tema dell’offerta, nel confronto promosso da Adnkronos Q&A è emerso anche il tema del governo della domanda. Qui il punto non è soltanto quante prestazioni il sistema riesca a produrre, ma come venga organizzato il percorso del paziente e quanto la domanda stessa sia appropriata rispetto al bisogno clinico. “Se noi continuiamo a mettere offerta in un secchio bucato non risolviamo nulla” ha sintetizzato Mangiacavalli. La questione, nel suo ragionamento, riguarda prima di tutto la gestione delle cronicità. “Noi siamo il secondo Paese più vecchio al mondo”, ha ricordato, ma “stiamo invecchiando con cronicità, con fragilità, con disabilità, con non autosufficienza”. In questo contesto una parte rilevante delle agende è occupata da cittadini che non hanno bisogno di una prestazione isolata, ma di un percorso continuativo.
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Da qui la proposta di togliere il cronico dalle liste ordinarie e collocarlo dentro percorsi strutturati di presa in carico. “Questi li devo togliere dalle liste d’attesa”, ha detto Mangiacavalli, perché il cittadino con patologia cronica “non ha bisogno del one shot, cioè della visita estemporanea, ma ha bisogno di un percorso di presa in carico e di continuità, un Pdta (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, ndr)”. È un passaggio che incide direttamente sui tempi. Se il paziente cronico continua a rientrare nella lista standard per controlli a tre, sei o dodici mesi, occupa slot che potrebbero essere destinati alla domanda nuova o al bisogno acuto; se invece viene seguito in un percorso definito, con passaggi distribuiti tra professionisti diversi e controlli programmati, la pressione sulle agende si riduce e la continuità assistenziale si rafforza.
Mangiacavalli ha indicato anche gli ambiti in cui questa redistribuzione delle competenze può essere più immediata: diabete, piede diabetico, scompenso cardiaco, controlli su holter e pacemaker, medicazioni avanzate, stomie. In questi casi, ha spiegato, l’infermiere di famiglia e comunità o l’infermiere con competenze specifiche può reggere una parte del percorso e riportare il paziente allo specialista quando serve una rivalutazione clinica, modificando la scansione dei controlli e liberando spazio nelle liste. In questo schema la presa in carico non sostituisce il medico, ma ridistribuisce il lavoro lungo una filiera coerente con il livello di complessità del bisogno.
Antonio Magi, segretario generale Sumai, ha affrontato il nodo dell’appropriatezza da un’angolazione diversa, mettendo in guardia contro il rischio di una lettura troppo amministrativa del problema. “Le liste d’attesa io le dividerei”, ha detto, distinguendo tra quella “legata alla quotidianità, alla prossimità del territorio” e quella “legata a un’attività ospedaliera”, che comprende interventi chirurgici, tecnologie e procedure di terzo livello. Per Magi è proprio questa distinzione a rendere centrale il ruolo della specialistica territoriale, spesso evocata solo in secondo piano nel dibattito pubblico. “Se io continuo a mettere all’interno la medicina generale delle case di comunità, sì, è fondamentale, ma non per abbattere l’incompetenza, ma per abbattere l’inappropriatezza”, ha osservato, aggiungendo che il passaggio decisivo è la costruzione di “un’équipe formata da medici di medicina generale, specialisti che sono nel territorio, infermieri che fanno la presa in carico”.
Nel suo intervento, Magi ha insistito sul fatto che l’appropriatezza non può essere ridotta a una funzione di controllo economico. “È un’appropriatezza sana”, ha detto, “non è un’appropriatezza legata a perché qualcuno ha detto: prima di fare quell’esame fai quell’altro”. Il tema, quindi, non è comprimere l’autonomia del medico, ma rafforzare il confronto clinico nei luoghi in cui il bisogno viene intercettato. Da questo punto di vista il territorio, nella sua lettura, non è soltanto il primo livello di accesso, ma il luogo in cui la specialistica può evitare che prestazioni, controlli e richieste improprie si trasformino in pressione continua sulle liste.
Magi ha poi collegato questo tema al mancato investimento sugli specialisti. “Noi oggi abbiamo a che fare con una riorganizzazione, ma legata anche a un modello di personale che deve stare all’interno di queste strutture”, ha detto, rilevando che negli anni il sistema ha continuato a perdere professionisti proprio nei segmenti che dovrebbero presidiare la risposta territoriale. Per questo, nel suo ragionamento, la riduzione delle liste d’attesa passa anche dal rafforzamento dei punti di contatto tra territorio e ospedale, cioè dei passaggi in cui il paziente entra nel ricovero o ne esce e deve essere seguito senza interruzioni. Non una generica integrazione, ma “percorsi ben chiari, ben definiti”, fondati sulla collaborazione tra professionisti diversi.
Liste d’attesa, cosa cambia per i cittadini
L’ultima questione emersa nel confronto riguarda la qualità del sistema informativo e la possibilità di distinguere con precisione fenomeni che troppo spesso finiscono sotto la stessa etichetta. Roberto Grassi, presidente della Fondazione Fism, ha richiamato la necessità di distinguere tra situazioni diverse: “Parliamo di liste di attesa per ricoveri medici, liste di attesa per ricoveri chirurgici, liste di attesa in pronto soccorso, liste di attesa per attività ambulatoriale sul territorio. Sono quattro cose completamente diverse”. La distinzione, nel suo intervento, non serve a scomporre il problema in capitoli separati, ma a richiamare la necessità di dati omogenei e leggibili. Se il sistema continua a raccogliere informazioni in modo frammentato, con software che non dialogano tra loro e flussi incompleti, diventa più difficile misurare i nodi organizzativi e tradurli in correzioni efficaci.
Grassi ha insistito sulla povertà informativa di molti flussi oggi disponibili. “Il sistema di rilevazione dei ricoveri è lacunoso, non descrive assolutamente nulla”, ha detto, aggiungendo che non c’è traccia adeguata del consumo di farmaci, delle indagini diagnostiche di laboratorio, delle prestazioni radiologiche, cioè degli elementi che permetterebbero di collegare attività, costi, appropriatezza ed esiti. La sua osservazione investe il tema delle liste d’attesa da un versante meno visibile ma rilevante: se il centro riceve dati incompleti o poco standardizzati, la capacità di fare ricerca organizzativa e di leggere davvero l’impatto delle misure si riduce. Anche qui torna il problema dell’omogeneità: non soltanto tra Regioni, ma tra aziende, ospedali, piattaforme digitali e sistemi di raccolta.
Da questo limite discende anche una difficoltà a legare le prestazioni ai risultati. “Io devo avere l’outcome”, ha detto Grassi. “Quella indagine cosa ha portato, è stata utile, ha inciso un qualcosa: questo dato non ce l’ho”. Nel suo intervento la questione delle liste d’attesa si salda così a quella del valore prodotto dalle prestazioni. Senza la possibilità di distinguere che cosa sia necessario, che cosa sia ridondante, che cosa porti a un beneficio clinico e che cosa invece alimenti soltanto un volume di attività, il sistema continua a misurare i tempi ma fa più fatica a leggere la qualità del percorso che quei tempi contengono.

A questa difficoltà tecnica si affianca la percezione pubblica del problema, che nel materiale raccolto da Adnkronos appare molto definita. La rilevazione realizzata sulla propria utenza, con 6.337 risposte, mostra che il 70% dichiara di avere dovuto rinunciare a un esame per le liste d’attesa, in aumento rispetto al 62% della rilevazione precedente. Nello stesso tempo, i sì alla domanda “ti fidi ancora del sistema sanitario pubblico?” scendono dal 65% al 58%, mentre sale la quota di chi dice di aver scelto la sanità privata nell’ultimo anno, dal 25% al 30%. Anche il possesso di un’assicurazione sanitaria cresce, dal 24% al 29%. Sono dati interni alla rilevazione Adnkronos, non costruiti come campione statistico generale, ma sufficientemente ampi da registrare una tendenza precisa: quando il servizio pubblico rallenta, il cittadino cerca una seconda via di accesso, oppure rinvia.
L’analisi realizzata da Mimesi per Adnkronos conferma questa pressione. Costruita su un perimetro di oltre 1,2 milioni di contenuti pubblicati dal 2018 a marzo 2026, mostra che il dibattito online sulla sanità non si è ridotto dopo la pandemia, ma si è spostato e concentrato su alcuni assi: liste d’attesa, digitalizzazione, assicurazioni sanitarie.
Negli ultimi dodici mesi, rispetto ai dodici precedenti, i contenuti online dedicati alle liste d’attesa crescono del 50%. Nella sintesi qualitativa elaborata da Mimesi ricorrono soprattutto quattro elementi: rinuncia a trattamenti ritenuti necessari, disparità territoriali, ricorso a strutture private per ottenere tempi più rapidi, richiesta di un’attenzione più forte al futuro del Servizio sanitario nazionale. Accanto a questo, la digitalizzazione viene percepita come una leva utile, con particolare attenzione a fascicolo sanitario elettronico, telemedicina e accesso universale ai servizi.
È anche su questo terreno che si misura ormai una parte della domanda di sanità.
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Welfare
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