Raffreddore e tosse ma niente febbre, si può andare a scuola o è meglio restare a casa? Cosa dicono i pediatri 

Naso che cola, qualche colpo di tosse, ma niente febbre. Il bambino sembra stare bene, ha voglia di giocare e la giornata scolastica sta per cominciare. Meglio mandarlo in classe o tenerlo a casa per evitare di contagiare i compagni? È un dubbio che torna puntuale nelle famiglie, soprattutto in queste settimane, quando i primi malanni autunnali ricominciano a farsi sentire. 

A circa un mese dalla riapertura delle scuole, i pediatri osservano infatti un aumento delle infezioni respiratorie. L’influenza stagionale, però, non è ancora arrivata in modo significativo. A chiarirlo è Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di Pediatria (Sip), che all’Adnkronos Salute segnala una maggiore circolazione dei virus dopo un inizio d’autunno relativamente tranquillo. 

“Stiamo vedendo qualcosa di più ora, con questo cambiamento di clima in atto”, spiega il pediatra. Ma il freddo, di per sé, non è responsabile delle infezioni: a cambiare sono soprattutto le abitudini dei bambini e il tempo trascorso insieme negli ambienti chiusi. 

Raffreddore senza febbre, il bambino può andare a scuola? 

La risposta dipende dai sintomi e dalle condizioni generali del bambino. Un raffreddore lieve non comporta necessariamente l’esclusione dalle attività scolastiche, ma le indicazioni sanitarie distinguono tra chi presenta soltanto sintomi residui e chi sta attraversando una fase acuta dell’infezione. 

Il servizio sanitario britannico NHS spiega che un bambino con naso che cola, lieve tosse o mal di gola può generalmente frequentare la scuola se si sente bene e non ha febbre. Se invece la temperatura è elevata, deve restare a casa fino alla sua normalizzazione. 

Anche i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) americani invitano a considerare la capacità del bambino di partecipare normalmente alle lezioni. I sintomi respiratori che peggiorano o non migliorano sono un motivo per sospendere la frequenza, così come la febbre e un malessere che richieda un’assistenza incompatibile con le normali attività scolastiche. 

In Italia, l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù adotta un’impostazione prudente: durante il raffreddore raccomanda riposo a casa per alcuni giorni, sia per favorire il recupero sia per limitare la trasmissione del virus. Un’indicazione che riguarda soprattutto la fase sintomatica della malattia. 

Quando può rientrare un bambino che ha avuto la febbre? I Cdc indicano, come criterio generale, almeno 24 ore senza febbre e senza farmaci antipiretici, accompagnate da un miglioramento complessivo dei sintomi respiratori. Non si tratta però di una regola nazionale italiana: per il rientro occorre considerare anche le disposizioni scolastiche e sanitarie locali e le indicazioni del pediatra, soprattutto in presenza di specifiche malattie infettive. 

Restare a casa quando si sta male non significa, quindi, che ogni episodio di naso che cola debba trasformarsi automaticamente in diversi giorni di assenza. La valutazione cambia se compaiono febbre, forte stanchezza, tosse in peggioramento o difficoltà a svolgere le normali attività. In caso di difficoltà respiratorie o peggioramento importante delle condizioni generali è necessaria una valutazione medica tempestiva. 

Perché i bambini si ammalano proprio dopo il ritorno a scuola 

“Non ci si ammala per il freddo ma perché pioggia e temperature più basse fanno sì che i ragazzi stiano di più in spazi chiusi tutti insieme. C’è meno ricambio d’aria, aumenta la contagiosità e il rischio di trasmissione dall’uno all’altro”, spiega Agostiniani. 

Nidi, scuole dell’infanzia e classi riuniscono ogni giorno bambini che condividono giochi, materiali, mense e spazi comuni. Con l’arrivo dell’autunno si riducono le attività all’aperto e aumentano le occasioni di contatto ravvicinato. Anche la ventilazione diventa importante: il Ministero della Salute richiama l’attenzione sulla qualità dell’aria negli edifici scolastici, dove gli alunni trascorrono molte ore al giorno. 

Non sorprende, quindi, che i bambini possano riportare i virus anche a casa, coinvolgendo fratelli e genitori. È il cosiddetto effetto domino dei contagi nelle famiglie, particolarmente evidente nei periodi di maggiore circolazione delle infezioni respiratorie. 

In queste settimane, riferisce Agostiniani, i pediatri osservano soprattutto le forme che interessano le prime vie aeree: “Quelle che iniziano con la febbre e continuano con un po’ di tosse e raffreddore”. Nei più piccoli possono comparire anche disturbi gastrointestinali. 

L’influenza, invece, è ancora poco presente. “Abbiamo solo qualche caso sporadico. Arriverà come tutti gli anni”, precisa il presidente della Sip, indicando nelle prossime settimane il possibile inizio di una circolazione più intensa e nel periodo natalizio uno dei momenti tradizionalmente più critici. 

Nel frattempo, per ridurre i contagi, le indicazioni sanitarie insistono soprattutto su gesti semplici: lavarsi le mani, usare fazzoletti monouso, evitare di condividere bicchieri e borracce e assicurare un regolare ricambio d’aria. Per alleviare i sintomi, i pediatri del Bambino Gesù ricordano l’utilità dei lavaggi nasali con soluzione fisiologica, soprattutto nei bambini che non riescono ancora a soffiarsi il naso autonomamente, e di una corretta idratazione. 

Sono accorgimenti già approfonditi anche nelle indicazioni sui malanni stagionali e sui virus respiratori nei bambini, particolarmente utili quando le infezioni si susseguono tra scuola e famiglia. 

 

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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